Non entusiasmatevi; non alimentate inutili attese per promesse mai fatte; “Stripling” non è l’album acustico tanto atteso da fan e critici per festeggiare l’ingresso di Karl Culley tra i nomi che contano, questo è solo l’album numero quattro del chitarrista inglese, rifugiatosi in Polonia per preservare la sua autenticità di poeta e musicista.
Nessuna concessione al languore malinconico e notturno, che spesso dona incauto fascino agli album acustici, “Stripling” è l’album pornografico di Culley: qui il suono è messo a nudo e trova la sua forza nel battito del legno e nell’energia delle corde, spesso maltrattate e accarezzate con la stessa passione di una notte d’amore.
Non c’è artificio o trucco nei dodici capitoli, il minimalismo poetico e lirico suona ancor più vivido e reale, solitudine e ottimismo si alternano, la voce di Culley cresce d’intensità, sottolineando la splendida scrittura delle canzoni, spesso vicine a quella perfezione inseguita da molti cantautori contemporanei.
Non chiamatelo folk; Karl Culley non spolvera vecchie pagine in cerca d’ispirazione, le sue creature hanno anima e gambe solide per muoversi nel presente, e forse lasciare una traccia nel futuro; buttate nel fuoco tutte le potenziali next big thing del songwriting inglese: “Stripling” non ha rivali.
Poeta, oltre che musicista, Karl Culley riversa parte del suo amore per la letteratura e il cinema nei testi dell’album: nostalgia e rimpianti per le amicizie perdute (“Spinneret”), ricordi affidati alle ossa dei suoi cari (“Come Over To Me”), amori giunti al capolinea (“A.J.”) o storie agrodolci e ironiche su vita e libertà (“If We Were Free”, “Namesake”) sono messe in prosa alla maniera di novello Dylan Thomas.
Come matita e penna danno vita all’immagine di copertina, così voce e chitarra fanno fluire dodici piccoli racconti, dove la gioia del vivere scaturisce dallo stare insieme (“School Of The Heart ”) o dalla condivisione tra generazioni di esperienze ed emozioni (“Semi-Precious”), il tutto accompagnato da elaborati accordi di fingerpicking che rinnovano la tradizione di Bert Jansch e John Martyn.
La furia travolgente di “Come Over To Me” e la delicatezza di “Namesake” sono frutto di una tecnica strumentale eccelsa, che permette a Culley di rinunciare a qualsiasi abbellimento estetico: quello che sgorga è puro lirismo.
Spoglie e acerbe, le grazie di “Stripling” provocano un piacere quasi carnale e viscerale, incendiano l’animo e lasciano un sapore dolceamaro che viene voglia di riassaporare spesso: l’intuizione quasi naturale degli accordi di “Infinity Pool” è di quelle che hanno reso la musica pop eterna, mentre l’intensità lirica di “Memory’s Lane A Hunting Hawk” riesce a far perdonare quel briciolo di prevedibilità in agguato in alcune tracce.
Culley indugia meno nella frenesia del suo fingerpicking e canta con tono più suadente e sexy, ma non cede alle lusinghe del folk acustico, in “Come Over To Me” la sua chitarra è come lo scalpello di un artigiano posseduto dal sacro fuoco dell’arte, strumento affilato che diventa gentile al contatto con la materia lirica di “Spinneret”, che tra crescendo e accordi impossibili regala all’ascoltatore una delle melodie più articolate e avventurose.
La maggior padronanza vocale apre nuovi orizzonti al chitarrista inglese, si noti in “The River To The Cave” il passaggio da toni aperti e ricchi di ottimismo a passaggi più cupi e sofferti, o le modulazioni infinite degli accordi di “Mote” che Karl Culley accompagna con un fervore quasi buckleyiano (Tim non Jeff), per non tacere dell’apparente semplicità di “A.J.”, una ballata che l’avesse scritta Bob Dylan staremmo qui a parlare di brano epocale.
E’ una strana sensazione quella che spesso scorta l’ascolto di “Stripling”, è difficile credere che tutto sia frutto solo di una chitarra e di una voce, e non oso immaginare cosa avrebbe potuto realizzare con un ensemble più ampio e una produzione più altisonante, ma Culley è alla ricerca di quell’energia che si crea tra il musicista e il suo strumento, una relazione pericolosa che è una sfida, quella che ha permesso a John Martyn, Nick Drake, Bert Jansch, Richard Thompson o John Fahey di travalicare i confini della musica folk, per agguantare una visione più universale della musica.
“If We Were Free”, canta Karl su un mix di spoken word, blues e folk che è una sferzata d’energia pungente e affilata come un rasoio, ultimo tentativo di sollevare gli animi prima di gettare la spugna in “Whey-Faced Phantoms” dove tutto assume i contorni di una sconfitta dei sogni, una minaccia che incombe sempre di più sulla nostra era, e che la musica sembra non riuscir più a contrastare con l’immaginazione e la fantasia, ma se solo porgerete l’orecchio a “Stripling” vi assicuro che qualcosa di positivo si ridesterà in voi.
09/06/2015