Rieccolo, Cole Furlow. Lo avevamo incontrato soltanto pochi mesi fa, alle prese con la raccolta del suo primo materiale autografo, e già lo ritroviamo in “Brain Holiday”, seconda uscita per l’inglese Fat Cat: nove canzoni, un paio delle quali già pubblicate in passato (ma con tutt’altra veste sonora), che segnano una distanza stilistica ben più significativa di quella temporale.
Il sound iper-compresso e ancora acerbo dell’omonimo esordio viene infatti passato al setaccio dello storico Sweet Tea Recording Studio di Oxford, nel Mississippi, dal quale ne esce evidentemente ripulito e profumato. In altre parole, melodie più nitide e meno imbrigliate in quella melassa lo-fi/shitgaze che resta, in ogni caso, uno dei tratti distintivi (ma non più l’unico) del progetto Dead Gaze.
“Yuppies Are Flowers”, il brillante pezzo apri-pista di “Brain Holiday”, infarcisce il college-rock dei Weezer con effetti psichedelici e ci mostra un Furlow maggiormente compassato e consapevole dei propri mezzi. “Rowdy Jungle” si dipana tra reminiscenze dei Pixies e il garage alla maniera di Ty Segall, arricchendo il tutto con uno di quei ritornelli catchy che al nostro non fanno difetto. “Stay, Don’t Say” tocca addirittura territori acustici, circoscrivendo ciò che potrebbe essere l’idea di folk per Furlow e soci: una caverna, un fuoco acceso, voci riverberate che si perdono nella notte. L’ipotetico lato A si chiude sull’estroso rock’n’roll di “Runnin’ On The Moon”, i cui pomposi arrangiamenti raccontano dei progressi a tutto tondo compiuti dal combo statunitense.
Una “You’ll Carry On Real Nice” opportunamente tirata a lucido introduce alla seconda parte di “Brain Holiday”, nella quale non mancano alti e bassi. “A Different Way”, il pezzo più lungo del lotto, torna al primigenio rumorismo per uscirne vittorioso. In direzione opposta – anche a livello di risultato – muovono “Breathing Creatures” e “Possible Embrace”, pretenziosa quanto poco ispirata la prima, insipido riempitivo la seconda. L’indolenza pop di “Brain Holiday” cala il sipario sull’omonimo album dei Dead Gaze che, abbandonata l’angusta cameretta, danno alle stampe un’opera di ben altro spessore.
29/11/2013