Gioventù affamata. Dopo essersi bruciata tra balli e sballi sin troppo ravvicinati per essere catalogati nel classico ranking del terzo tipo. Botte da orbi quelle vissute e raccontate nei meandri delle piste rave dei bei tempi che furono. Movimenti ossessivi e trasognati, abbandoni fisici e psichici, scorribande mentali che hanno scombinato le traiettorie esistenziali di una generazione destinata a qualche posto di comando.
Un divertimento assoluto, popolare e quindi mai decadente ed elitario, eppure trattato sempre o quasi come una questione di pura carboneria. House e ricerca del beat perfetto, tecnologia e voglie d’indipendenza. Estati roventi votate al pansessualismo.
Poi le chart, approdo (in)sperato, la calma dopo la tempesta, la pacificazione cavalcata soavemente sulle ali del soul-pop o di qualche loro derivato. Ed ecco arrivare i “nostri”, senza tanto baccano, luci stroboscopiche e uffici stampa votati all’aggressività, ecco arrivare Hugo Manuel, uno di quelli che non c’erano ai bei tempi del sound balearico, uno di quelli che hanno raccolto e ordinato le cartoline, le foto e i ricordi della sorella maggiore che una ventina di anni fa se la spassava provando a impersonare la commedia tragicomico-drogata della ragazza che vuole essere un ragazzo, mentre il fidanzatino di turno provava la svolta trans. E giù ammucchiate, cocktail e danze aritmiche.
“Vuoi essere la mia ragazza, allora è meglio che ti dia una mossa anche con i miei amici”, un gioco di rimandi tematici, melodici, strumentali, una citazione continua e smaccata di cui Manuel è il nuovo allievo, giacché di maestri a questo punto non vi è più traccia e neanche bisogno. Una corsa al risparmio del biglietto aereo, per vacanze vissute mentalmente, così non si rischiano le brutte figure.
Ma chi non risica non rosica: Manuel ha da poco acquistato il “nuovo” manuale dell’aforisma perfetto, ma gli hanno inviato una fotocopia sbiadita. Lui non ha perso comunque tempo, ha mescolato a piacere le sue spezie predilette, synth dominanti e carezzevoli, un’intonazione vocale ormai nota per chi frequenta il club dei Jonquil da lui stesso presieduto, orecchiabilità esagerata di derivazione eighties, ma pochissimi sfoghi verso l’agognato ritornello, che poi sarebbe quello che ti rende indimenticabile.
Peccato che alcune note fossero difficilmente leggibili, tipo quelle dove si consigliava il senso delle misura e l’arte della diversificazione. Il debutto sulla lunga distanza del suo progetto neo balearico venato di soul-pop è anche piacevole ma dimentico di una firma che farebbe la differenza, la sua.
Poco più di quaranta minuti che non scivolano via come uno splendido bicchiere di vodka e Fanta, ma risultano un po’ faticosi come il ritorno a casa dopo la solita notte di baldoria. Baccanali immaginari a cui Hugo Jonquil Manuel ha chiamato a rapporto una serie di amici, gente che se ne intende come George “Twin Shadow” Lewis, per una “I Owe You This” che suona come l’incontro immaginario tra Orzabal e Weller, o Glasser, fanciulla che prova rinverdire i fasti della tarda Tracey Thorn in “Fall 4You”, ma finisce per essere schiacciata dalla poca ospitalità del titolare.
Altrove Hugo prova a cavarsela da solo, come nella title track, o nella fluttuante “Up And Down”, ma è come se non conoscesse l’uso della punteggiatura. Da Joyce a Jonquil, passando per la Chad Valley? Magari un’altra volta. People From Late Ibiza.
14/11/2012