Attorno al 2007/2008, anni di uscita degli Ep “Tree, Swallows, Houses” e “You and Me and the Mountain”, i chicagoani Maps & Atlases erano le nuove promesse del math-rock. Fantasiosi, dinamici, ingarbugliati come da manuale, facevano però canzoni – strane e sguaiate, ma comunque abbastanza efficaci e frizzanti da proiettare un certo interesse sul loro primo Lp “Perch Patchwork“, uscito nel 2010. Disco per certi versi spiazzante, l’album accantonava un po’ la matematica per riorientarsi su un’ambiziosa formula indie-rock/country/progressiva che lasciò perplessi molti fan della prim’ora. Questo secondo “Beware and Be Grateful” prosegue il medesimo cammino, rinunciando però totalmente sia al math che al prog e arroccandosi in un avant-pop dal gusto smaccatamente American indie.
La scelta stilistica è a dir poco bizzarra – ci finiscono dentro pop-folk alla Vampire Weekend, elettro-rock minimalista, stralunatezze alla Menomena – ma il risultato è ben poco convincente. Per un paio di pezzi riusciti (“Fever” e “Remote And Dark Years”, che tra chitarre a tambureggiamenti anni Ottanta hanno qualcosa degli U2) e qualche brillante intuizione sonica (gli squassamenti sul finale di “Old & Grey”, il pizzico di math che riemerge in “Bugs”) c’è una pletora di brani pasticciati e poco direzionati, che sciupano le buone doti canzonettistiche della band in una sfiancante ricerca del “famolo strano”.
Proprio all’ossessione eclettista è dovuto – forse – anche il calcare del cantante/chitarrista Dave Danison su un timbro aspro e nasale, accompagnato come se non bastasse da un caricaturale accento campagnolo. Non stupisca dunque che, dopo una tale “cura” hillibilly, i brani salvabili restino pochissimi.
C’è solo da sperare che in futuro mettano la testa a posto, visto che le canzoni le sanno scrivere e oggi come oggi non si tratta di una dote comune.
20/05/2012