Come molte altre formazioni nate negli anni 00 i Robedoor hanno il difetto dell'iper-prolificità. Certo, non che questo sia sempre e comunque un difetto, fatto sta che nel loro caso l'uscita a getto continuo di materiale (non sempre di primissima qualità) rende difficile seguirne le gesta. Ora, chi come il sottoscritto cerca di assecondare la bulimia compositiva di Britt e Alex Brown si sarà sicuramente accorto che già da qualche disco a questa parte la loro musica sta lentamente cambiando pelle.
Il drone mortifero degli inizi, che in verità iniziava un po' a stancare, è stato infatti innervato da massicce iniezioni rock, anzi di blues, di blues catacombale e depresso per la precisione.
Il risultato? Be', pensate a degli Harvey Milk che nelle paludi di New Orleans officiano qualche oscuro rito Voodoo, a dei Melvins stuprati dal Jandek elettrico di "The Rocks Crumble", a più semplicemente al suono che mai vorreste ascoltare rinchiusi da soli in un ascensore.
Queste dei Robedooor sono marce funebri per la fine dei tempi, per quando la tecnologia avrà spazzato via anche l'ultimo residuo di umanità, riportando indietro le lancette dell'orologio all'età della pietra.
09/04/2010
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