9T Antiope

9T Antiope - Eternamente divisi tra Oriente e Occidente

Il duo iraniano, nato dopo gli studi all'Università di Teheran e realizzatosi pienamente a Parigi, si è contraddistinto per il dualismo tra i suoni elettroacustici aggressivi e il canto melodico, sottolineando la cesura, apparentemente insanabile, tra due mondi che non riescono a trovare un punto d'incontro. Tra paura della guerra e scissione interiore, la storia del progetto 9T Antiope

di Valerio D'Onofrio

Il progetto 9T Antiope è un duo formato da Nima Aghiani e Sara Bigdeli Shamloo, musicisti iraniani di stanza a Parigi. Nima Aghiani inizia a studiare musica a 12 anni presso la "Teheran Music School" dove si dedica a musica classica e violino; continua il suo percorso formativo in Armenia, poi a Odessa, in Ucraina, per diplomarsi a 18 anni a Teheran. Sara Bigdeli Shamloo viene da una famiglia di musicisti e scrittori: due dei suoi fratelli suonano in gruppi metal (cosa difficile da immaginare a Teheran), lei si appassiona al rock, al jazz e infine alla musica elettronica; si diploma all'Università di Teheran in Teatro, concentrandosi in particolare sulla composizione di musica per le rappresentazioni teatrali. I due si conoscono suonando presso la Teheran Camerata sotto la guida di Kayvan Mirhadi, uno dei principali promotori della musica contemporanea in Iran, a testimonianza del fatto di quanta creatività esista in quel paese. 

9tantiopeTrasferitisi a Parigi, decidono di dar vita al progetto 9T Antiope che si è distinto negli ultimi dieci anni per una musica originale ed estremamente sperimentale, che ha come caratteristica principale il dualismo assoluto tra i due autori. Da una parte, Nima Aghiani crea composizioni avant che vagano tra l’ambient drone e la classica contemporanea, con suoni atonali, spesso disarmonici e rigorosamente amelodici. Dall’altra, la voce di Sara Bigledi Shamloo si dissocia dalla musica per cercare di trovare una melodia che nasce dalle rovine, un'armonia che vuole emergere dall’oscurità, un’ipotesi di racconto tramite parole che scaturiscono da muri noise.

Nel 2015 pubblicano il loro primo album,
Syzygys, ancora con un legame forte col suono degli archi che crea wall of sound tipicamente avant (“Intro On Terra Firma”). Quando entra l’elettronica, è in “Red Trough” che si raggiunge il dialogo più interessante tra voce e musica mentre “Succumb” è incentrato su loop di voce che rimandano al minimalismo di Philip Glass.
Nel 2017 pubblicano
Of Murk And Shallow Water, un Ep di soli quattro brani che ambisce a divenire una piccola suite elettroacustica che stride fortemente col canto di Sara Bigdeli Shamloo. 

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Sempre nello stesso anno, stavolta per l’iconica etichetta francese Eilean Records, è la volta di uno dei loro album migliori, il primo di una trilogia sulla separazione e sull’isolamento. Isthmus racconta appunto di una separazione, di due anime spezzate dal loro essere iraniani trapiantati in Europa, che rischiano di perdere le proprie radici culturali e di non essere riconosciuti come simili né dalla cultura persiana né da quella europea. "Isthmus" può essere anche inteso, in modo sempre più attuale, come metafora dei due mondi (occidentale e orientale) costretti a separarsi perennemente per motivi religiosi e geopolitici.
La voce di Sara Bigledi Shamloo si impone maggiormente e sembra rifarsi alle muse dark figlie della sacerdotessa Nico che tanti epigoni ha avuto nella lunga storia della musica rock. Il canto della discepola iraniana volteggia sulle dilatate stratificazioni elettroacustiche che percorrono una strada che si pone a metà tra la liturgia e il misticismo, tra l'oscurità e la ricerca della luce.
Sono gli archi che danno forma a un album ricco di registrazioni ambientali e manipolazioni elettroniche mai fredde o astratte, ma sempre capaci di emozionare e comunicare. Interessante la scelta dei titoli dei brani, che riprende le fasi della mitosi cellulare, un processo complicatissimo che avviene miliardi di volte al secondo in ogni essere vivente.
Isthmus potrebbe quindi essere una sorta di inno alla vita (elemento in parte contraddittorio in quanto la mitosi per dare vita a due nuove cellule richiede sempre la morte di quella originaria), ma potrebbe anche essere inteso proprio come istmo, linea di separazione tra due mondi, tra due elementi una volta inscindibili, costretti a separarsi per sempre senza possibilità di tornare a riunirsi. Quindi, in definitiva, una metafora della vita stessa dei due musicisti.
L'inizio della separazione ("Prophase") appare subito un evento traumatico segnato da un lungo bordone di archi e dal canto sacerdotale, quasi a sottendere il confine che esiste con una nuova forma di vita che per nascere necessita della morte di un'altra. Archi sinistri e funeree declamazioni vocali continuano nelle successive "Metaphase" e "Anaphase", mentre nel finale "Telophase" gli archi iniziano a ripetersi velocemente per formare un ipnotico loop che si sovrappone a un secondo loop di tastiere su cui il canto può inserirsi e accompagnare gli archi fino alla desolante dilatazione dei minuti finali. 

Il secondo capitolo della trilogia è Nocebo (2019), il loro lavoro più coerente ed estremo, che ha totalmente abbandonato ogni strumento acustico. Le due lunghe composizioni di circa venti minuti ciascuna esplorano metaforicamente la condizione umana di isolamento e claustrofobia. La prima è pura elettroacustica impenetrabile e isolazionista, un viaggio in una dimensione alternativa senza tempo. Nella seconda una voce cerca di risalire dagli abissi, ma è il sussurro di una malata terminale che ha ben poco di umano se non nel dialogo finale che insegue una dimensione spirituale. 

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Il 2019 è un anno prolifico per i 9T Antiope, che collaborano con Siavash Amini in Harmistice, Lp tutto iraniano che non può che entusiasmare i pochi fedelissimi che seguono la musica di ricerca proveniente dai paesi meno convenzionali, in particolare in un momento storico di conflitto sempre più acuto. L’incubo (purtroppo preveggente) di una nuova guerra - non più fredda o clandestina, bensì dichiarata - è alla base dell'album che unisce due parole opposte - “To Harm” (fare del male, danneggiare) e “Armistice” (armistizio). Il titolo rende proprio l’idea dell’ambiguità e del clima di limbo in cui vive da anni la popolazione iraniana.
La base dei quattro brani è fondamentalmente il contrasto, strumento assoluto per elaborare le sensazioni vissute da Sara Bigdeli Shamloo, Nima Aghiani e Siavash Amini. Contrasto tra orridi vortici elettroacustici e soavi parole di pace, evidentissimo nei sette minuti della perla elettroacustica “Black As In Burst”, dove il nero raffigura le terribili esplosioni di ordigni bellici simulati da Amini e Aghiani, a cui seguono la voce radiosa di Sara Bigdeli Shamloo con testi contro la guerra e l’orrore che essa produce. La netta divisione tra la violenza dei droni sintetici e le parole sussurrate, tra i dialoghi di pace che emergono dal caos è lancinante, un vero manifesto contro la violenza bellica a cui il Medio Oriente sembra destinato.
In “Blue As In Bleeding” le esplosioni si placano, ma il sangue sgorga imponente in un tumulto elettronico dove il canto emerge angelico. Il dialogo tra la voce e gli orridi tumulti elettroacustici esprime magnificamente il contrasto tra la fragilità della pace e della vita umana (il canto) e la violenza della prevaricazione armata (la musica). La paura si fa viola in “Purple As In Pain”, con caratteristiche simili ma più dilatata fino ai confini del dark-ambient. La tensione diventa sempre più tangibile, infine, in “Silver As In Silence” dove l’incubo della guerra si trasforma in un sogno premonitore che diventa sempre più reale.

Terzo e ultimo Lp del 2019 è Grimace (ancora una volta per la Eilean Records), lavoro di breve durata (cinque brani per circa ventiquattro minuti), ma di eguale capacità sperimentale. La simbiosi delle due componenti - le solide trame elettroacustiche di Nima Aghiani e il canto etereo sacerdotale di Sara Bigdeli Shamloo - si mantiene sempre coerente nei percorsi di ricerca già intrapresi negli anni precedenti. Stridenti note elettroacustiche fanno da sfondo a un canto-parlato minimale (“Dry Run”) per aprirsi inaspettatamente in un piccolo slancio di archi quasi orchestrale (“Down The Rabbit Hole”), scarno all'inizio ma con una carica vitale che aumenta passo dopo passo e che ricorda la religiosità presente in tanti studi per violino del compositore estone Arvo Part: potrebbe considerarsi il loro miglior brano fino a oggi.
La componente vocale prende più spazio in “In Hiatus” giungendo quasi al limite di una melodia cantabile. Altro momento significativo sono i sei minuti di “An End On Itself”, tentativo di congiunzione di archi e elettronica con una voce che diventa coro, figlio inquieto delle esperienze corali di Philip Glass.

La trilogia iniziata con Isthmus e proseguita con Nocebo, si conclude con Placebo (2021) che ha un format clone del secondo capitolo della trilogia. I due brani di circa venti minuti ("Danza Macabra" e “Memento Mori”), presentati all’Acousmonium di Parigi, paragonano a vita umana a una danza macabra, come i celebri quadri rinascimentali, lanciando strali pessimisti con canto parlato e battiti elettroacustici davvero inquietanti nel secondo brano.

Dopo tre anni di silenzio Nima Aghiani torna a utilizzare strumenti acustici (violino, mandolino, chitarra) in Horror Vacui (2024), concept-album su un ipotetico racconto goth, molto distante dai lavori precedenti. Gli elementi più interessanti sono l'utilizzo di sonorità tradizionali orientali in contesti totalmente alieni (“Ready Player One”), il canto melodico (“Easy On The Exit”) e le continue dissonanze tra i violini e il canto con differenti registri vocali (dalla title track con una voce quasi ringhiata) a simil-ballate dark come "Canvas Blanck”, uno dei loro brani più riusciti, momento di dicotomia tra la bellezza del canto e i suoni asciutti e oscuri della chitarra.
La paura del vuoto del titolo è esemplificata dalla casa della cover: la casa è la nostra protezione o il luogo dove riempire tutti i nostri possibili vuoti per isolarsi? Un album non semplice che mostra un lodevole tentativo di evoluzione e cambiamento, ancora non del tutto convincente, da parte del duo iraniano.

9T Antiope

Discografia

9T ANTIOPE
Syzygys (2015, Unperceived Records)6,5
Of Murk And Shallow Water (autoprodotto, 2017)

6

Isthmus (2017, Eilean Records)7
Nocebo (2019, PTP Records)

7

Harmistice (2019, con Siavash Amini, Hallow Ground)

7,5

Grimace (2019, Eilean Records)

6,5

Placebo (2021, PTP)

6,5

Horror Vacui (2024, American Dreams)

6

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