di
Claudio Lancia------------------------------------------------------------
Due ragazzi australiani, Royel Maddell e Otis Pavlovic, prendendo spunto dai rispettivi nomi di battesimo hanno composto una riconoscibile ragione sociale da utilizzare come elemento distintivo. Nell'arco di tre anni hanno pubblicato una corposa sequenza di singoli, traino per tre Ep diffusi con rigorosa cadenza annuale: "Campus" (2021), "Bar & Grill" (2022) e "Sofa Kings" (2023). "Oysters In My Pocket", contenuto nel secondo di questi, è diventato rapidamente il loro manifesto, così come l'apprezzata recente cover di "
Murder On The Dancefloor". Ulteriori quattro inediti, centellinati nelle ultime settimane, hanno fatto crescere ancor più l'attesa per il primo vero e proprio album del gruppo, "
Pratts & Pain", dal nome di un pub londinese che erano soliti frequentare, dove non di rado buttavano giù qualche verso da inserire nelle loro canzoni. "Pratts & Pain" conferma tutti i riferimenti stilistici sparpagliati nei lavori precedenti: non è troppo complicato distinguere la riverenza nei confronti dei
Cure (sin dall'iniziale "Adored"), gli intrecci chitarristici tipici degli
Strokes (occhio a "Fried Rice") e alcuni elementi che contraddistinsero il suono dei
Velvet Underground, omaggiati a dovere in (ma guarda un po'...) "Velvet", due minuti che riprendono il tema di "
Waiting For The Man", e nelle avvolgenti spirali di "Molly", che sul finale ricorda molto da vicino "Venus In Furs". Ma nelle quindici tracce di "Pratts & Pain" si incrocia anche la morbida eleganza
yacht-rock di "Foam" (molto vicina ai
Phoenix) e "Sofa King" (già edita nell'Ep dello scorso anno), evidenti nostalgie per le trame dei
Sonic Youth ("Daisy Chain"), peraltro già ampiamente palesate attraverso una t-shirt di "Dirty" indossata in occasione di una foto promozionale, evidenti influenze dei
Clash (o dei
Libertines, fate voi) espresse in "Big Ciggie", l'inconsapevole (?) prossimità con gli
Okkervil River meno umbratili ("Merry Mary Marry Me"), più certe chitarre
jangle molto
Smiths che spuntano fuori un po' ovunque. Riarrangiando tutti questi moduli del passato, i due elaborano una personale sintesi di indie-rock fortemente chitarristico, benedetti dalla mano produttiva di Dan Carey, intercettato dopo essersi trasferiti da Sydney a South London.
Appena terminato un tour in Australia andato completamente sold-out, fino a fine 2024 l'agenda è serratissima: oltre a girare in lungo e in largo per Stati Uniti e Canada, i Royel Otis affronteranno ben due estese
leg europee, una estiva, la seconda autunnale, durante le quali sono previste tre tappe in territorio italiano: a Genova in luglio (Mojotic Festival), a Castelbuono in agosto (Ypsigrock) e a Milano (al Santeria) in novembre. Nel mezzo ci saranno importanti incursioni in numerosi Festival di rilievo, fra i quali il
Primavera Sound (nel doppio appuntamento di Barcellona e Porto), l'olandese Best Kept Secret, il finlandese Sideways, il francese Midi.
Ad agosto del 2025 arriva il secondo album, "
Hickey", anticipato da tre singoli che dal punto di vista stilistico poco si discostano da quanto finora pubblicato, caratteristica che diventa al contempo il maggior punto di forza ma anche il principale limite di un lavoro senz’altro piacevole e ben costruito, ma che non riesce a spostare ulteriormente in alto le quotazioni del gruppo. Come nel caso di “Pratts & Pain”, anche in “Hickey” i riferimenti musicali dei Royel Otis risultano molto evidenti: dalle chitarrine
à la Cure evocate nell’iniziale “I Hate This Tune” alla malinconica spensieratezza che fa molto
Parcels (australiani come loro) di “Good Times”, dal profilo
Tame Impala (altri australiani, evidente la presenza di una matrice comune: sarà la spiaggia?) di “Come On Home” ai tastieroni anni Ottanta che introducono “Who’s Your Boyfriend”. E poi i tre singoli, “Moody”, “Car” e “Say Something”, perfetti per far saltare tutto il pubblico in aria la prossima estate nelle arene dei festival ai quali senz’altro parteciperanno, situazione dove le loro canzoni funzionano al meglio. Con le tredici tracce di “Hickey” si balla sprofondando nella nostalgia, ci si guarda negli occhi e ci si abbraccia teneramente, cullati da un suono perfetto per fungere da sottofondo a un indimenticabile tramonto arancio. Royel Otis è un progetto indie-pop-rock dal taglio “generalista”, in grado di poter piacere davvero a tutti, e questa potrebbe diventare la chiave per un successo grande e duraturo. Ma non scorgendo dentro “Hickey” potenziali hit memorabili, il rischio è che ai loro concerti i brani più attesi (oltre a “Oysters In My Pocket”, la canzone che resta la più ascoltata sulle piattaforme in streaming) continuino ad essere le due azzeccatissime cover che di solito il duo propone: “Murder On The Dancefloor” di
Sophie Ellis-Bextor e “Linger” dei
Cranberries.