Etta è una delle voci più interessanti della nuova scena rock italiana. In occasione dell’uscita dell’album “Queste cose sono io” abbiamo parlato con lei del rapporto con il mainstream, delle esperienze a X-Factor e Sanremo Giovani, della libertà artistica e del ruolo della musica come strumento di critica sociale. Ne è nata una conversazione intensa che affronta anche temi come la depressione, la disillusione e la necessità di restare fedeli a se stessi.
Dall’esperienza nel mainstream alla ricerca di autenticità

Buongiorno Etta, è un piacere incontrarti. Mi sono imbattuto nella tua musica quasi per caso, grazie a un brano proposto da YouTube, e ho deciso di approfondire la tua discografia. Mi ha colpito soprattutto il modo in cui utilizzi le parole. Oggi molti artisti, soprattutto nell’area trap, raccontano il successo e il denaro come obiettivi principali. Tu, invece, sembri usare un vocabolario completamente diverso. Senti questa tua diversità rispetto alla scena dei giovani musicisti italiani?
Da questo punto di vista assolutamente sì. Non perché mi senta migliore o più profonda degli altri, ma perché sento di avere esigenze completamente diverse quando scrivo. Non mi interessa costruire un personaggio vincente o raccontare una vita perfetta. Non mi interessa scrivere per ottenere dei vantaggi. Mi interessa raccontare quello che mi mette a disagio, quello che mi fa arrabbiare o che non riesco a capire. Mi interessa aiutare gli altri, svegliare le coscienze e rimanere soprattutto coerente ai miei ideali. Con questo non penso che tutta la musica di oggi sia superficiale, ci sono tantissimi artisti validi. Però probabilmente appartengo a una minoranza che sceglie di esporsi anche quando questa non è la strada più facile.
Hai avuto varie esperienze nel mondo del cosiddetto mainstream. Hai partecipato a Sanremo giovani e X Factor nel 2021, quindi hai visti quel mondo dal suo interno. Che esperienza è stata?
Sono state esperienze importanti, perché mi hanno fatto capire tante cose. Da fuori certi programmi sembrano il punto di arrivo, ma viverli da dentro ti fa capire quanto tu sia solo una piccola parte in un percorso. Percorsi nei quali ho conosciuto persone splendide e imparato tantissimo, però ho capito anche che restare fedele a quello che sei, combattere per quello in cui credi, è l’unica strada che ti porterà davvero a stimare te stessa. Non importa dove arrivi ma il come. Il mainstream non bada all’interiorità e all’integrità dell’artista, vuole vendere a tutti. Punto. Una volta che ci capiti dentro vieni risucchiato e, se rinunci a te stesso per la “fama”, non avrai più nemmeno un’anima.
In alcune interviste di qualche anno fa definisci la tua musica “extreme pop”, puoi spiegarci cosa intendi?
Quando anni fa parlavo di extreme pop, intendevo un pop che non avesse paura di contaminarsi. Mi piacevano le melodie pop, ma volevo sporcarle con il rock, il rap, l’elettronica, il nu metal e con testi molto più duri di quelli che normalmente si associano al pop. Era un modo per dire che la forma poteva essere accessibile, mentre il contenuto poteva essere estremo, emotivamente e musicalmente. Alla fine mi sono data visceralmente al rock, non perché il pop non facesse per me, anzi, perché continuo a scrivere così, ma perché le dinamiche di mercato vogliono per forza attribuire a ogni progetto la sua etichetta così da metterti in un certo ripiano di qualche scaffale.
Il significato di “Queste cose sono io“
Con gli anni mi sembra che le cose siano cambiate, la tua musica ha avuto una evoluzione. Puoi raccontarci cosa è cambiato?
È cambiata soprattutto la mia persona. Prima avevo più bisogno di dimostrare qualcosa a me stessa, ai miei, agli altri. Oggi ho più bisogno di capire. So chi sono e soprattutto chi voglio diventare, non ho bisogno di compiacere nessuno e non scrivo pensando a come verrà recepita una canzone. La scrivo. Basta. Anche musicalmente mi sento più libera: non sento il bisogno di appartenere a un genere preciso. Se un brano ha bisogno di un riff pesante, ci sarà un riff pesante. Amen.
Il tuo stile di rock ha varie influenze, forse la più evidente è Caparezza, ma ultimamente alcuni brani (“Siamo il silenzio”) hanno riff vicini ai Rammstein. Quali sono le tue band di riferimento principali?
Caparezza è sicuramente uno degli artisti italiani che mi ha insegnato quanto le parole possano avere peso. Ma ascolto tantissima musica diversa. Amo il rock, il punk, il nu metal. Amo i Papa Roach, scoprire nuove band del panorama internazionale, capire quanto studio c’è dietro le cose. Ma ammiro anche l’estetica e il linguaggio artistico di personaggi più pop come Olivia Rodrigo o Billie Eilish.
Musica, politica e critica sociale

Con “Scemi e contenti” (2024) cogli in pieno l’aspetto che contraddistingue la nostra società basata sul divertimento (fasullo) e sul disimpegno (vero). Guerre e genocidi si susseguono nell’indifferenza generale, divenendo solo uno dei tanti spettacoli televisivi. Secondo te, la musica può essere uno strumento efficace per risvegliare le coscienze?
Non da sola, ma una canzone può cambiare le cose. E ce l’hanno insegnato Michael Jackson e Lionel Richie con “We Are The World“. Non mi aspetto di arrivare a tanto, ma con le mie canzoni posso cambiare una persona o aiutarla a trovare la forza di combattere per il mondo. Svegliare le coscienze è un dovere per chi ha la possibilità di avere un seguito (piccolo o grande che sia). Quindi non sono una gran fan della musica usa e getta.
“Queste cose sono io” (2026) a mio avviso è un lavoro più maturo e compiuto, innanzitutto perché c’è tanto di autobiografico. Sin dal titolo, è come se tu avessi deciso di metterti a nudo davanti al tuo pubblico senza fingere e senza nascondere nulla di te. Era questo il tuo obiettivo?
Assolutamente sì. Con questo disco ho deciso di togliere parecchie maschere. Ci sono la rabbia, la depressione, il senso di inadeguatezza, le contraddizioni, ma anche la voglia di continuare a cercare un senso. Il titolo nasce proprio dalla convivenza dei miei pregi con i miei difetti, queste cose sono io. Niente fronzoli, non ho bisogno di nascondermi, più sono sincera e più chi mi segue riesce a capirmi e a rispecchiarsi. Sono felice del lavoro che abbiamo fatto sia io che V_ Rus, perché anche lui nella produzione non ha messo maschere, il sound è ruvido quando serve e viscerale quando deve scavare più in fondo.
La depressione raccontata senza filtri
Con “Tutto fake” guardi con disgusto al mondo dell’informazione, con “Nobel” fai altrettanto con Trump ma in generale col mondo della politica, con “Parapappa” col mondo dell’industria musicale. Infine con “Queste cose sono io”, “Non sento niente” e “Mi fa schifo tutto oggi” è come se facessi una seduta di psicoanalisi in pubblico, qualcosa di molto coraggioso che mostra a tutti la propria depressione e il proprio disincanto. Credo che tantissimi, anche di età diverse, capiranno bene le tue parole perché sono quelle di una minoranza di persone che non vogliono più essere “sceme e contente”, ma consapevoli e arrabbiate. Hai notato riscontri in questo senso?
Appena finito il disco ho avuto un po’ d’ansia aspettando l’uscita. Mi chiedevo se le persone avrebbero potuto capire, anche i temi più delicati. Forse il momento dei feedback è uno dei momenti più importanti. Non perché devi capire quanto vali, ho smesso di farmi pesare dagli altri, ma perché è sempre un momento in cui ricevi critiche (che aiutano sempre), ma soprattutto tanto affetto. Molte persone mi hanno scritto dicendomi che in certe canzoni hanno trovato parole che loro non riuscivano a dire. Quando scrivi di depressione, disillusione o disagio, hai sempre paura di essere fraintesa. Invece sono tantissime le persone che convivono con queste emozioni, di tutte le età! Aspettavano solo che qualcuno le raccontasse senza vergogna. Non voglio sicuramente romanticizzare la sofferenza, ma vorrei semplicemente normalizzare il fatto che possiamo parlarne, che possiamo soffrire. Nei live quest’anno ho potuto guardare negli occhi queste persone, fissare le loro lacrime, sentire le loro urla. Sono fiera di aver creato una community di persone che si sentono libere di essere ciò che sono e, soprattutto, sono felicissima di aver creato finalmente la mia famiglia.
Sono molto contento che una ragazza giovane come te sia così avanti nella comprensione della realtà che ci circonda rispetto alla narrazione falsa che ci viene propinata. Ti auguro ogni fortuna.
(23 agosto 2026)
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