“Ma i Pink Floyd sono prog?”. Nelle comunità di appassionati la domanda riaffiora con la puntualità di un rituale: qualcuno la pone, qualcuno sbuffa, qualcuno riapre un contenzioso che dura ormai da decenni. E i Pink Floyd sono soltanto il caso più celebre: attorno a Queen, Radiohead, Steely Dan o Frank Zappa si consumano liti altrettanto inesauribili, complete di fazioni, giurisprudenza e precedenti.
Questo articolo non ha l’ambizione di arbitrarle. Di certificati di autenticità progressiva ne circolano già abbastanza, e a rilasciarli o a stracciarli provvedono quotidianamente gli appassionati, con una dedizione che nessuna redazione potrebbe eguagliare. L’idea è un’altra: prendere sul serio proprio i casi contesi, perché è lì che la parola “progressive” rivela la propria storia — che cosa ha significato davvero, in quali luoghi, in quali anni, per chi.
Se cinquant’anni di dibattimenti non hanno prodotto una sentenza definitiva, del resto, un motivo c’è: la legge è mutata nel tempo, e con essa imputati, testimoni, giuria. Ciò che negli anni Settanta si chiamava “progressive” era un territorio vasto e dai margini indefiniti; i decenni successivi ne hanno ridisegnato la mappa più volte, e non sempre per mano degli appassionati. Anche chi guardava il genere da fuori, o lo detestava apertamente, ha contribuito a spostarne i confini: rivendicando certe band ad altre tradizioni, coniando etichette nuove per ciò che prima ricadeva sotto la vecchia.
Nel frattempo, nemmeno gli artisti stavano fermi: le carriere si allungavano, attraversavano più stagioni. Nomi un tempo centrali si sono ritrovati fuori dal perimetro, mentre opere nate lontano dal genere vi sono state accolte a pieno titolo.
Ogni generazione di ascoltatori ha così ereditato una geografia diversa, e nessuna può rivendicare lo scettro del “vero” prog: chi ha vissuto il genere ai suoi esordi e chi lo ha incontrato per vie recenti e trasversali ne custodiscono versioni differenti, ugualmente legittime.

Cercare il criterio definitivo è insomma fatica sprecata. Oggi “progressive”, “progressive rock” e “prog” si impiegano spesso come sinonimi, ma i tre termini sono nati in momenti diversi, e ciascuno racconta un’idea differente del proprio oggetto.
All’inizio “progressive” è soltanto un aggettivo: nella prima metà degli anni Settanta i sottogeneri del rock ancora non esistono, e la parola indica un modo di approcciarsi alla musica più che un territorio delimitato. Solo in seguito “progressive rock” si consolida come genere; e bisogna aspettare gli anni Novanta perché si affermi l’abbreviazione “prog”, insieme alla canonizzazione del filone sinfonico come suo pilastro.
Genere, linguaggio, atteggiamento, tradizione storica: nozioni che si sovrappongono senza mai coincidere, il cui incastro si è modificato passo passo, seguendo lo sviluppo delle comunità di ascoltatori almeno quanto l’evoluzione della musica stessa.
Ogni nome, insomma, chiede di essere esaminato per sé. Più che una nozione unificatrice, serve una ricognizione sul campo. È frequentando la varietà delle situazioni concrete che si scopre la duttilità di un’espressione che, a mezzo secolo dalla nascita e dopo molteplici morti annunciate, risulta invece ancora fertile e capace di abbracciare nuove forme musicali.
Ecco allora venticinque esempi fra espulsioni, annessioni e cold cases, in semplice ordine alfabetico: nessuna gerarchia, nessun filo conduttore imposto — il percorso procede, appunto, a zigzag. Una selezione dichiaratamente parziale: ogni ascoltatore coltiva i propri fascicoli aperti, e di storie ugualmente controverse se ne potrebbero facilmente radunare altrettante (Legendary Pink Dots, Causa Sui, Roxy Music, King Gizzard And The Lizard Wizard, Muse, Black Country, New Road, Current 93, e perfino i Beatles!).
Per ciascun artista, una ricostruzione dei fatti e due dischi per decidere. Il verdetto, come è giusto, spetta a chi ascolta.

Per molti appassionati, la musica di Kate Bush rappresenta una delle più naturali prosecuzioni dello spirito progressivo negli anni Ottanta. La sua voce, forte di un’estensione eccezionale e di una straordinaria duttilità espressiva, cambia continuamente registri e identità, dando voce a figure storiche e letterarie, creature soprannaturali, fantasmi, miti. L’uso pionieristico della Digital Audio Workstation Fairlight CMI fa dello studio di registrazione un laboratorio creativo, mentre la vicinanza alla tradizione prog è rimarcata dai sodalizi con artisti come David Gilmour e Peter Gabriel. Proprio con artisti come lei, tuttavia, la critica inizia a parlare di art-pop, etichetta destinata a sostituire “progressive” come categoria dell’innovazione musicale negli anni Ottanta e oltre. Da decenni, d’altra parte, Kate Bush rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per il pop femminile più sperimentale, da Björk e Fiona Apple fino a St. Vincent, Jenny Hval, SPELLLING.
Due dischi per decidere: “The Dreaming” (1982), “Hounds of Love” (1985)

Anziché affidarsi ai bruschi cambi di scenario del progressive britannico, i Can preferiscono far sì che i loro lunghi brani si trasformino lentamente, per ripetizione e variazione graduale. Eppure, negli anni Settanta, a molti le due ambizioni sembravano del tutto affini: ampliare le possibilità del rock attraverso forme aperte, contaminazioni e una concezione della musica come ricerca. Il krautrock è dunque una costola del prog o una creatura autonoma? Col tempo ha prevalso la seconda lettura, anche grazie all’enorme influenza esercitata da Can, Faust e compagni sul post-punk e su molta musica alternativa. Le formazioni tedesche più vicine al progressive sinfonico, come Eloy, Grobschnitt, Nektar, Triumvirat, sono state via via allontanate dal canone kraut, lasciando gruppi come Embryo e Amon Düül II a presidiare la terra di confine.
Due dischi per decidere: “Ege Bamyasi” (1972), “Future Days” (1973)

Punk e progressive sono spesso descritti come mondi inconciliabili: i Cardiacs dimostrano il contrario. Irruenza e piglio caustico convivono nelle loro canzoni con tempi sghembi, continui cambi di prospettiva e una grammatica armonica del tutto singolare, figlia della stralunatezza di Syd Barrett e della costruzione su soli accordi maggiori di “I Am the Walrus“. Tim Smith ha sempre descritto la sua musica come pop psichedelico, indicando fra le proprie influenze Zappa, Gong e Gentle Giant al pari di molte altre. Eppure, per gli amanti di progressive rock, la parentela è sempre stata evidente. Attorno ai Cardiacs è nata una piccola ma influente galassia di artisti: Ring, Knifeworld, Levitation, North Sea Radio Orchestra… Ma il loro nome ricorre anche nella definizione di Zolo, categoria volutamente trasversale che accosta molti inclassificabili come Devo e Sparks, They Might Be Giants, Oingo Boingo, Fiery Furnaces, Henge. E la loro influenza è stata riconosciuta da gruppi come Radiohead, Blur, Oceansize e Tool. Per dei totali outsider, un’impronta niente male.
Due dischi per decidere: “A Little Man and a House and the Whole World Window” (1989), “Sing to God” (1994)

Quando esce l’album d’esordio, nel 1969, i Chicago sono considerati l’espressione statunitense di un fenomeno progressive ormai internazionale. Il jazz-rock, l’organico allargato con una sezione fiati stabile, la chitarra hendrixiana di Terry Kath e la scrittura di Robert Lamm, così attenta all’ampliamento armonico avviato dai Beatles – tutti elementi che convergono a un orizzonte in cui rock, jazz, soul e influenze classiche sono ormai parte di uno stesso vocabolario. Sarà il successivo affermarsi del progressive sinfonico, soprattutto fuori dal Regno Unito, a spostare il baricentro della definizione e a relegare i Chicago ai margini del canone, nonostante le forme aperte, le lunghe suite e i brani che superano spesso i sei minuti. Negli Stati Uniti la loro memoria resta soprattutto legata ai grandi successi pop degli anni Ottanta, lontani dalla stagione più sperimentale; in Europa invece sono quasi scomparsi dal dibattito prog, anche se il loro caso avrebbe ancora molto da svelare sul significato che la parola “progressive” aveva alle origini.
Due dischi per decidere: “Chicago Transit Authority” (1969), “Chicago II” (1970)

Per anni il math rock ha condiviso con il prog gran parte della sua grammatica — tempi dispari, strutture irregolari, virtuosismo, un chiaro debito verso i King Crimson — ma non il suo immaginario. Né il suo gusto pirotecnico. Come tutti nell’ambiente, anche i Fall Of Troy prendono le mosse dal post-hardcore, ma anziché inseguire l’astrazione puntano su irruenza e teatralità, calcando la mano su scream, melodie pop-punk, riff incandescenti e continui voltafaccia. E qui si determina la frattura. Per il pubblico prog — anche quello abbastanza aperto da accogliere Don Caballero, Battles o Hella — il mathcore di questi giovinastri si colloca decisamente oltre la soglia dell’accettabilità. Proprio nel momento in cui il math recupera anche la dimensione immaginifica e spettacolare del prog-rock, per i fan consolidati diventa “troppo”: troppo estremo, troppo adolescenziale, troppo legato a una scena (oggi battezzata mall screamo) percepita come effimera. Per le nuove generazioni, invece, Fall Of Troy, Rush, Porcupine Tree, Opeth e Dillinger Escape Plan convivono tranquillamente nella stessa libreria musicale.
Due dischi per decidere: “Doppelgänger” (2005), “Manipulator” (2007)

Con il tempo, ogni scena abbastanza vitale tende a guardare oltre le proprie origini: il vocabolario si espande, le ambizioni crescono. I Glass Beach affondano le radici nell’emo e nel pop-punk, ma scommettono su una chiave massimalista che si affaccia a math rock, power pop, videogame music, metal, musical e molto altro. La vicinanza al prog sta nel metodo: come i classici dei primi anni Settanta, i Glass Beach vedono la canzone come un mondo da costruire, una realtà parallela in cui far convivere immagini, emozioni e linguaggi diversissimi. Il risultato è una musica densissima, teatrale, imprevedibile, dove ogni fine battuta può spalancare un nuovo sipario. Come loro, anche altre band della galassia post-emo esplorano traiettorie centrifughe e ramificate: il lirismo cameristico degli Adjy, il progetto Dispirited Spirits al confine tra jazz-rock e dilatazioni spaziali, i Topiary Creatures e il loro caleidoscopico esistenzialismo. Una varietà che fa oggi della cosiddetta quinta onda emo uno degli orizzonti più fertili della musica progressiva e del rock in generale.
Due dischi per decidere: “the first glass beach album” (2019), “plastic death” (2024)

Per molti appassionati di progressive del XXI secolo, i canadesi Godspeed You! Black Emperor rappresentano un punto di riferimento naturale. Le loro lunghe architetture costruite su dinamiche quiet/loud, field recordings e un’intensissima costruzione della tensione hanno contribuito a definire un linguaggio raccolto da gruppi come Mogwai, Sigur Rós, Explosions in the Sky e Mono. È attorno a questa costellazione che si è formato uno dei principali punti d’incontro fra post-rock e nuova comunità prog, fino a includere opere ancora più vicine al linguaggio prog, come “(Mankind) The Crafty Ape” dei Crippled Black Phoenix o “Random Avenger” dei Magyar Posse.
Due dischi per decidere: “F♯ A♯ ∞” (1997), “Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven” (2000)

Negli Hawkwind la ripetizione vale più della complessità: lunghi vortici di chitarre, sintetizzatori e improvvisazione trasformano il rock psichedelico in un’esperienza ipnotica che finirà per definire lo space rock. Eppure quella musica nasce nello stesso ambiente dei free festival da cui provengono Gong, Pink Fairies, Third Ear Band e Kingdom Come: la scena underground che, all’inizio degli anni Settanta, la critica considerava quasi sovrapponibile al progressive. Con l’arrivo del punk, molte di quelle band sarebbero state “salvate” dai giornalisti proprio grazie alla credibilità sotterranea e alla ruvidità del loro suono, finendo per essere progressivamente escluse dal discorso sul prog. Gli Hawkwind seguirono la stessa sorte, nonostante una musica che, con le sue lunghe strutture aperte, l’improvvisazione e la continua contaminazione fra rock ed elettronica, rimane una delle espressioni più audaci dello spirito progressivo dei primi anni Settanta.
Due dischi per decidere: “Space Ritual” (1973), “Warrior on the Edge of Time” (1975)

Richard Pinhas fonda gli Heldon nel 1974, in una scena francese vicina ai Magma ma con lo sguardo rivolto soprattutto alle linee lancinanti di Robert Fripp e alla kosmische tedesca. Sintetizzatori analogici e pattern iterativi sostituiscono gran parte del vocabolario virtuosistico del prog classico, mentre il suono si fa sempre più abrasivo, meccanico e ipnotico, in una direzione che anticipa l’elettronica industriale. È ancora progressive? Per alcuni sì, grazie ai legami con la scena europea; per altri l’assenza di ogni residuo sinfonico punta già altrove. Oggi, forse, la collocazione più naturale è in quel coacervo di linguaggi sperimentali anni Settanta di cui l’iniziatica Nurse With Wound List offre una sorta di Stele di Rosetta. Eppure, a proprio agio fra progressive, avanguardia elettronica e primi accenni post-punk, nella lista figurano solo i vicinissimi Lard Free: ci sarebbe da chiedere a Steve Stapleton il perché.
Due dischi per decidere: “Interface” (1977), “Stand By” (1979)

Dopo l’esperienza con Miles Davis, John McLaughlin fonda la Mahavishnu Orchestra e porta il linguaggio del jazz in territori inesplorati: ritmiche irregolari, unisoni vertiginosi e una chitarra elettrica che conserva l’energia liberata da Hendrix, ma la incanala in fraseggi fulminei, implacabili, dalla precisione quasi geometrica. Negli anni di massima attività della formazione, “progressive” appare l’etichetta più naturale nelle recensioni. Ma negli Stati Uniti lo sviluppo della fusion ricontestualizzerà presto la Mahavishnu Orchestra come uno dei suoi esponenti principali. Nel Regno Unito, invece, la percepita vicinanza con il jazz-rock di Nucleus, Soft Machine, Isotope e Jeff Beck (e anche con i King Crimson del periodo “Larks’ Tongues in Aspic”) ha mantenuto più a lungo la formazione entro il perimetro del progressive. Resta significativo che, ancora oggi, sia soprattutto il pubblico prog a stimare McLaughlin e la sua band, mentre nel mondo del jazz gli appassionati continuino a dividersi proprio sugli aspetti più elettrici, spettacolari ed epici della sua musica.
Due dischi per decidere: “The Inner Mounting Flame” (1971), “Birds of Fire” (1973)

Fuori dal Giappone i Malice Mizer restano un nome conosciuto soprattutto dagli appassionati di visual kei, e vengono spesso ricondotti al lato più teatrale ed enfatico di quella scena. Brani lunghi, frequenti cambi di atmosfera, richiami alla musica classica e una concezione quasi operistica dello spettacolo possono ricordare, a un ascoltatore occidentale, alcuni tratti del progressive rock. Quelle affinità, però, affondano le radici nella stessa storia del visual kei. Fin dagli anni Settanta Fool’s Mate, la rivista che avrebbe contribuito alla nascita del visual kei, promuoveva un immaginario in cui progressive rock d’importazione, glam e fascinazione gotica convivevano naturalmente, contribuendo alla formazione musicale di molti dei futuri protagonisti della scena (fra cui anche esempi ancor più apertamente progressivi, come i La’Cryma Christi).
Due dischi per decidere: “Voyage sans retour” (1996), “Merveilles” (1998)

Se oggi alcuni appassionati di prog ascoltano senza difficoltà gruppi come Everything Everything o i primi Biffy Clyro, è anche perché vent’anni fa i danesi Mew hanno varcato il confine provenendo dal mondo indie. Il loro suono apparteneva senza esitazioni all’alternative rock — fra dream pop, shoegaze, chitarre taglienti e melodie eteree — mentre le canzoni sfuggivano allo sviluppo lineare, accostando e ricombinando contrasti senza perdere coesione. Non recuperavano il progressive storico: ci arrivavano da un’altra direzione. Lo stesso principio compositivo si ritrova in quella costellazione di gruppi che può essere ricondotta al jigsaw pop (Everything Everything, Alt-J, Dutch Uncles, Outfit, Invisible), accomunati non da rapporti di influenza ma da una sorprendente affinità di scrittura. Una linea d’influenza più diretta conduce invece verso Agent Fresco, 22, VOLA e Astronoid, dove quella stessa idea viene spinta verso sonorità più energiche e apertamente progressive.
Due dischi per decidere: “And the Glass Handed Kites” (2005), “No More Stories / Are Told Today / I’m Sorry / They Washed Away // No More Stories / The World Is Grey / I’m Tired / Let’s Wash Away” (2009)

Per molti restano i “Beatles brasiliani”, tra i volti più celebri della stagione tropicalista. Eppure la loro evoluzione non si arresta al pop psichedelico degli anni Sessanta: nel decennio successivo la scrittura si dilata, le tastiere acquistano un ruolo centrale e le strutture diventano sempre più articolate, avvicinandosi spontaneamente al progressive senza rinunciare ai colori e alla mutevolezza degli esordi. La loro fase più apertamente prog ebbe una sorte singolare: “O A e o Z”, registrato nel 1973, venne bloccato dalla casa discografica e pubblicato solo nel 1992, mentre “Tudo Foi Feito Pelo Sol” nacque da una formazione ormai quasi completamente rinnovata, con il solo Sérgio Dias superstite del gruppo storico. Anche per questo, quella stagione è rimasta meno visibile di quanto meriterebbe: racconta un modo diverso di arrivare al progressive, non come rottura con le origini ma come evoluzione naturale di una ricerca già avviata, in dialogo con la scena britannica senza perdere un’identità profondamente brasiliana.
Due dischi per decidere: “Tudo Foi Feito Pelo Sol” (1974), “O A e o Z” (registrato nel 1973, pubblicato nel 1992)

Con Mike Oldfield il progressive sembra dissolversi in qualcosa di più ampio. Le lunghe composizioni stratificate, il gusto per il timbro e la costruzione paziente delle atmosfere aprono infatti un percorso che, negli anni successivi, verrà spesso ricondotto alla new age, all’ambient o alla world music. D’altra parte, “Tubular Bells” fu il primo disco pubblicato dalla Virgin Records, etichetta destinata a diventare uno dei principali riferimenti del progressive britannico più avventuroso (Henry Cow, Gong, Hatfield And The North) e del krautrock (Faust, Tangerine Dream): un segno di come il percorso di Oldfield si collocasse fin dall’inizio al crocevia di linguaggi che solo negli anni successivi avrebbero assunto identità autonome.
Due dischi per decidere: “Tubular Bells” (1973), “Ommadawn” (1975)

Nati nel circuito britannico dei free festival, gli Ozric Tentacles trasformano l’eredità di Gong e Hawkwind in un gorgo strumentale che assorbe psichedelia, space rock, dub, elettronica e suggestioni orientali. Lunghe jam, tempi dispari, sequencer e chitarre liquide convivono in un flusso che sembra fatto per accompagnare un viaggio più che per raccontare una storia. Cresciuto dalla fine degli anni Ottanta, il loro culto ha creato un ponte inatteso fra rave culture e pubblico prog, poi percorso anche da band come Mandragora, Hidria Spacefolk e Kingston Wall. Perché ha funzionato? Queste band hanno saputo rimettere al centro lo spirito più libero e lisergico del progressive delle origini. Senza forzature, ma alimentando una controcultura parallela dove progressive e psichedelia hanno continuato a mescolarsi ben oltre gli anni Settanta.
Due dischi per decidere: “Erpland” (1990), “Jurassic Shift” (1993)

Negli Stati Uniti una parte dell’eredità progressive ha seguito una strada molto diversa da quella europea, confluendo nella tradizione delle jam band. I Phish ne sono uno degli esempi più emblematici: composizioni ricche di cambi di tempo, incursioni nel jazz, nel bluegrass e nella psichedelia, costruite come trampolini per improvvisazioni collettive che dal vivo possono trasformarsi radicalmente da una sera all’altra. Guidati dalla chitarra di Trey Anastasio, raccolgono l’eredità dei Grateful Dead e la rilanciano in una forma ancora più articolata e avventurosa, diventando a loro volta un riferimento ancora oggi per formazioni come gli Umphrey’s McGee. Non stupisce quindi che, soprattutto negli Stati Uniti, una parte degli appassionati li consideri uno dei nomi chiave del prog a stelle e strisce.
Due dischi per decidere: “Junta” (autoprodotto nel 1989, pubblicato nel 1992), “Rift” (1993)

Negli anni Settanta erano, per molti, il progressive rock. Riviste e pubblico li associavano all’etichetta insieme a Yes o Emerson, Lake & Palmer, ma anche a Wishbone Ash e perfino Led Zeppelin. Nei decenni successivi, però, il campo legato al termine si è ristretto, fino a identificare soprattutto una tradizione fatta di virtuosismo, suite e richiami alla musica classica. E i Pink Floyd, accostati all’aggettivo “progressive” fin dalle prime esibizioni al Marquee e all’Ufo Club, hanno iniziato a essere riletti “solo” come una grande band psichedelica o art rock. Oggi il dibattito è quasi un ribaltamento storico: hanno contribuito a definire il progressive rock, ma per alcuni non rientrano più nel canone del prog.
Due dischi per decidere: “The Dark Side of the Moon” (1973), “Animals” (1977)

Fra hard rock, glam e progressive, i Queen hanno occupato fin dall’inizio una posizione difficile da classificare. Negli anni Settanta vennero spesso descritti come una band art rock, un’etichetta che allora era sostanzialmente sinonimo di progressive. Col tempo, però, sono emersi con maggiore evidenza altri aspetti della loro musica: la centralità della canzone, le radici hard rock, il gusto per l’eclettismo e una scrittura pensata più che altro per sorprendere. Così dischi come “Queen II” o “A Night at the Opera” vengono oggi ricordati più come esempi di rock magniloquente e teatrale che come prog in senso stretto: opere scintillanti, accostabili al gusto camp di Sparks e Tubes, con questi ultimi forse persino più progressivi nello slancio, benché oggi molto meno celebrati.
Due dischi per decidere: “Queen II” (1974), “A Night at the Opera” (1975)

Dopo gli esordi nel post-Britpop, i Radiohead iniziano a destrutturare la forma-canzone, intrecciando elettronica, ritmiche irregolari e accordi sempre più arditi in una scrittura che guarda apertamente alla costruzione sonora dei Pink Floyd. La svolta di fine anni Novanta fu salutata da molta critica come un deciso avvicinamento al progressive, definizione che la band ha sempre respinto. Eppure proprio quel linguaggio è diventato uno dei modelli fondamentali del post-progressive, con la sua meticolosa costruzione del suono e la capacità di creare atmosfere desolate e dense di tensione, influenzando gruppi come Oceansize, Airbag, Anathema e Dredg e assumendo, per molta della scena progressiva del XXI secolo, un ruolo non troppo diverso da quello esercitato da King Crimson e Yes sulle generazioni precedenti.
Due dischi per decidere: “OK Computer” (1997), “Kid A” (2000)

Gli Steely Dan hanno dato vita a uno degli stili più sofisticati del rock americano: armonie jazzistiche, arrangiamenti meticolosi, tempi irregolari e un perfezionismo quasi ossessivo. Non sorprende che siano molto apprezzati da una parte del pubblico prog, pur venendo di rado inclusi nel filone. Mancano infatti quasi tutti gli elementi che il canone ha finito per privilegiare — suite, concept album, slancio epico, immaginario fantastico — e la loro storia è stata raccontata soprattutto attraverso categorie come jazz-rock e, più recentemente, yacht rock. Un promemoria che non tutti gli ascoltatori identificano complessità e progressive.
Due dischi per decidere: “Countdown to Ecstasy” (1973), “Aja” (1977)

Quando si parla di progressive rock, l’immaginario corre facilmente a suite monumentali, virtuosismo e cambi di tempo spettacolari. La parabola compositiva di Rick Davies e Roger Hodgson mostra invece un’altra possibile idea di ambizione: scrittura meticolosa, arrangiamenti variopinti e un equilibrio raro fra elaborazione e immediatezza. Per alcuni rappresenta il volto più accessibile del prog, all’interno di un filone di progressive pop figlio dei Beatles che comprende anche Electric Light Orchestra, Stackridge e City Boy; altri respingono invece la stessa idea di progressive pop, considerandola una contraddizione in termini. Ma l’ambiguità, in fin dei conti, accompagnava i Supertramp già dai loro esordi, quando la critica li descriveva indifferentemente come soft rock o heavy rock.
Due dischi per decidere: “Crime of the Century” (1974), “Even in the Quietest Moments…” (1977)

Negli ultimi anni i Tally Hall sono diventati un piccolo fenomeno fra gli ascoltatori più giovani, alimentatosi fra YouTube, Reddit, playlist e passaparola online. Al centro c’è un linguaggio che accosta indie pop, musical, jazz e rock in canzoni ricche di bruschi cambi di atmosfera, armonie eccentriche e un gusto quasi teatrale per il collage stilistico. Questa poetica surreale e imprevedibile ha ricevuto un nome altrettanto nonsense: Fabloo, etichetta poi estesa ad artisti come Lemon Demon, Jukebox The Ghost e Will Wood. È una scena nata lontano dalla fanbase prog, ma che negli ultimi anni ha prodotto inattesi punti di contatto fra l’una e l’altra, dando luogo a migrazioni intergenerazionali oggi piuttosto rare.
Due dischi per decidere: “Marvin’s Marvelous Mechanical Museum” (2005), “Good & Evil” (2011)

Con “Spirit of Eden” e “Laughing Stock“, i Talk Talk abbandonano definitivamente la forma-canzone per privilegiare un linguaggio fatto di dinamiche estreme, lunghi silenzi, timbri acustici e una costruzione dei brani che segue l’espressione più che le convenzioni del rock. Nessuno parlava di progressive rock quando quei due album uscirono. Eppure compaiono oggi con sorprendente regolarità nelle liste dei dischi prog imprescindibili, mentre la critica li ha progressivamente consacrati anche come testi fondativi del post-rock. È forse il destino delle opere davvero uniche per il loro tempo: venire accolte, a posteriori, nel canone di movimenti ai quali non appartenevano quando furono pubblicate.
Due dischi per decidere: “Spirit of Eden” (1988), “Laughing Stock” (1991)

Frank Zappa compare da decenni nelle discussioni sul prog ed è forse il più celebre caso statunitense. Composizioni monumentali, tecnica impressionante e contaminazioni fanno pensare immediatamente al genere, ma l’ironia corrosiva, il rifiuto di ogni appartenenza e il continuo cambio di prospettiva lo collocano fuori da qualsiasi scuola, accanto a figure altrettanto inclassificabili come l’amico Captain Beefheart. In una celebre intervista osservò che quasi nessuno dei gruppi definiti “progressive” fosse davvero progressivo, liquidando di fatto l’etichetta come una pigra semplificazione giornalistica. Una posizione che ha finito per alimentare, più che chiudere, il dibattito sulla sua collocazione.
Due dischi per decidere: “Uncle Meat” (1969), “Hot Rats” (1969)

Dal 1997 il trio romano Zu (sax baritono, basso e batteria) scolpisce un suono fisico e ossessivo in cui free jazz, noise, sludge metal e no wave si fondono in un amalgama difficilmente scomponibile. Il sax viene trattato più come una sorgente di rumore e pressione che come una voce jazzistica; i brani procedono per accumulo e stratificazione più che per contrasti, come se ognuno fosse una diversa faccia dello stesso blocco minerale. E allora perché per alcuni sono un caso quasi ovvio di progressive contemporaneo, mentre altri li collocano altrove? Forse perché incarnano una delle anime storiche del filone: quella che preferisce il laboratorio alla forma, la materia al tema. O forse perché il loro profilo — trio strumentale, tempi dispari, contaminazioni, rifiuto della forma-canzone — richiama immediatamente l’immaginario progressive, anche se il modo in cui sviluppano i brani se ne allontana spesso. Resta il paradosso: fino a che punto ci si può allontanare dall’idea di narrazione, varietà e discontinuità prima che diventi difficile continuare a parlare di progressive?
Due dischi per decidere: “Carboniferous” (2009), “Ferrum Sidereum” (2025)