La nuova "classifica degli altri" che vi proponiamo è dedicata a un genere tra i più amati su queste frequenze: il post-punk. Si tratta, infatti, di “The 50 Best Post-Punk Albums Ever”, la lista pubblicata dal magazine PopMatters che seleziona quelli che, a loro parere, sono i 50 titoli essenziali del genere. Incontriamo quindi alcuni degli album essenziali della stagione post-punk degli anni 70 e 80, quando nel tentativo di liberarsi dai cliché rock e dagli schemi già consolidati della scena punk, nuovi artisti incorporarono influenze d'avanguardia, ritmi funky e trame più complesse e minacciose per guidare un nuovo movimento che celebrava l'innovazione in tutte le sue forme stilistiche. In epoca di rinascita post-punk (o revival, secondo i più maligni), fa sempre bene andare a cercare gli originali, le fonti di ispirazione a cui ha fatto riferimento la nuova generazione di band che sta riportando questo genere all'attenzione generale. Se, insomma, volete sapere dove hanno attinto gruppi contemporanei come Fontaines DC, Shame, Sleaford Mods, Idles, Goat Girl, Protomartyr, Iceage, Girl Band e Murder Capital, qui troverete molte risposte.
Ecco la classifica dei 50 migliori dischi post-punk di sempre secondo PopMatters (qui il servizio completo).
Su OndaRock, invece, trovate un podcast dedicato alla nascita del post-punk.
50. Gang Of Four – Solid Gold (1981)
Nell'Inghilterra divorata dalla febbre punk c'era anche chi già guardava avanti. Gente curiosa, impaziente e, in definitiva, scomoda. Perché in era punk bisognava essere e suonare punk. E chi si asteneva dalla lotta... era un voltagabbana, quantomeno. Come Howard Trafford "Devoto". Uno che la storia del punk l'aveva già scritta, e fin dall'inizio, nelle file dei pionieri Buzzcocks e che avrebbe trovato nuovi geniali spunti creativi alla testa dei Magazine. Un vizio che all'epoca stava contagiando anche formazioni come Stranglers, Wire e Ultravox! decise a sbarazzarsi della formuletta punk mandata a memoria per - orrore! - aprire a tastiere e arrangiamenti sofisticati, guardando alla tradizione del pop britannico e al glam-rock d'alta scuola targato Bowie-Roxy Music, ma anche al kraut-rock più melodico e al lato più "glaciale" del funk e del soul.
Così, mentre "God Save The Queen" deve ancora sconquassare Buckingham Palace, una nuova generazione di band travalica i confini del genere, in cerca di nuove frontiere. Saranno numerosi i pionieri del punk protagonisti della svolta, inclusi alcuni degli eroi di quella stagione come i Clash, orientati verso nuove contaminazioni con dub e pop, e John Lydon, il frontman dei Sex Pistols, che si trasformerà in tenebroso e dissacrante muezzin per i Public Image Ltd. Non sarà da meno colei che, da groupie degli stessi Pistols (nel celebre Bromley Contingent) si trasformerà in regina della nuova darkwave, ovvero Siouxsie Sioux alla testa dei suoi Banshees, degni compari degli altri ex-punk folgorati sulla strada del rock più oscuro di nome Joy Division (presto seguiti dai Cure).
Insomma, una rivoluzione in piena regola. Ci sarà chi la declinerà in chiave funk-punk (Talking Heads, Pop Group, Gang Of Four), chi sarà più votato all'avanguardia (Wire, Tuxedomoon, Pere Ubu) e chi metterà a punto un rumorismo deviato particolarmente caro alle nuove generazioni del post-post-punk del Duemila (Fall). Senza dimenticare il pop-rock demenziale dei Devo e i "crazy rhythms" nevrotici dei Feelies.