Chameleons

Script Of The Bridge

1983 (Statik/MCA) | post-punk

Genitori di un numero infinito di fanciulli dark, i Chameleons nascono a Middleton che soprannominano ironicamente "Monkey Town", una cittadina a due passi dal centro di Manchester. La decadenza del centro urbano ha permeato in lungo e in largo il sound di band quali Joy Division e Fall, ma anche di altri attori della scena post-punk, che videro il loro ritrovo essenziale nell'Haçienda, centro nevralgico e motore primo di una rivoluzione propagatasi attraverso un suono variopinto, che proietterà un nuovo mondo musicale, fino a quel momento solo vagamente immaginato nella mente di pochi eletti.

Middleton già alla fine degli anni Settanta era diventato un posto noioso e limitato in cui vivere; gli edifici tetri e i fumi grigi di una civiltà post-industriale rappresentavano al meglio lo spleen di degrado con cui i soggetti in questione erano abituati a interfacciarsi. Una flebile luce, però, sembrava impreziosire i muri della città. Una nuova visione artistica, una sorta di buco nero moribondo, che scintillava a intermittenza raggi di progresso, di profonda e rasserenante umanità. Il "No Future" gridato a squarciagola da John Lydon sembrava appartenere a un passato lontano. Una nuova musica, ricca di introspezione e suoni inconcepibili fino a quel momento, sembrava poter attecchire in quegli spazi chiusi e claustrofobici, ormai destinati a divenire uno degli epicentri contemporanei del pop-rock internazionale.

I Chameleons - che secondo suggerimento di Reg Smithies avrebbero dovuto chiamarsi Up The Down Escalator - nascono nel 1981. A un passo dall'accordo con l'etichetta discografica Cbs, la band rinuncia a un grosso conguaglio per mantenere la propria idea sonora. Le parole di Mark Burgess a riguardo furono eloquenti: "Ci avevano promesso un sogno, ma noi volevamo attenerci al nostro suono, alle nostre idee. Ci sentivamo una cosa sola, unica".
La potenza e l'immediatezza di molti dei brani di "Script Of The Bridge" sono tali da far risultare incomprensibile, irragionevole il moderato successo riscosso dal disco, specie se paragonato a quelli di formazioni coeve quali Echo And The Bunnymen, Cure o U2, che dalla loro hanno avuto probabilmente soltanto maggior tempismo.

Prendete "Don't Fall", che "Script Of The Bridge" lo apre. La sezione ritmica massiccia e martellante, il riff di chitarra conturbante e minaccioso, ipnotico, la voce di Burgess che sembra giungere dalle profonde oscurità di una caverna. Provate a non sillabarne il refrain killer con la vostra voce, o a non fremere dall'attesa quando gli arpeggi guizzanti delle chitarre vengono stretti nella morsa soffocante del flanger. Una spiegazione razionale del perché un classico post-punk del genere, o anche la più granitica "Monkeyland" (che serba un altro ritornello tanto riconoscibile quanto irresistibile), non siano ricordate al fianco delle varie "Love Will Tear Us Apart" e "The Killing Moon" è forse da ricercarsi più nel minore carisma di Burgess come frontman, di certo non nei contenuti musicali.

Come spesso capita, però, i dischi più silenziosi, e "Script Of The Bridge" lo è senz'altro dati gli scarsi riconoscimenti ricevuti, sono quelli più rivoluzionari, capaci di spargere nella distrazione generale semi destinati a germogliare dove nessuno se lo aspetta. La rivoluzione silenziosa di "Script Of The Bridge", che per chi vi scrive inizia con "Here Today" (che invece di culminare le sue rullate nel solito ritornello epico si impantana eternamente in arpeggi sognanti), ha un raggio tanto impalpabile quanto esteso.
Le tastiere eteree che sospendono "Second Skin" e lo sfrigolare delicato della chitarra che apre "Less The Human" avrebbero indelebilmente segnato il dream-pop, così come è difficile immaginare che i riverberi gentili applicati alle chitarre di "Up The Down Escalator" non abbiano avuto un influsso sullo shoegaze, specie quello più scontornato e celestiale (pensate a "Ferment" dei Catherine Wheel o agli Slowdive).

Qualcosa devono averla imparata anche gli Horrors, per citare una formazione moderna, dalle trame, dalle timbriche sfumate, dai chiaroscuri messi in atto nel primo disco dei Chameleons, del quale i loro "Primary Colours" e "Skying" sono discendenti diretti. Volendo rimanere alle sfumature più tipicamente new wave, che comunque ne strutturano la maggior parte delle canzoni, non è un mistero che "Script Of The Bridge" sia tra i dischi favoriti di numerose tra le formazioni del revival post-punk degli anni 00, Killers ed Editors su tutte.
Inizialmente un post-punk ruspante e ruvido, "A Person Isn't Safe Anywhere These Days" si libera progressivamente delle chitarre più roboanti e si inoltra con la sola, robusta ossatura ritmica in un luogo fatato, un limbo senza limiti e barriere dove gli arpeggi si irradiano come flessuosi cerchi d'acqua. L'abilità strumentale dei Chameleons, nel passare da un registro all'altro, è incommensurabile, e questa canzone ne è un esempio smaccato, con lo straordinario Reg Smithies che suona la chitarra come lo farebbe un pittore romantico-simbolista.

"Up The Down Escalator" (che potremmo tradurre come "salire scale mobili che marciano verso il basso") è una corsa a perdifiato tra umori contrastanti. Da una parte ci sono le chitarre gioiose e la ritmica sovraeccitata a comporre un sound celestiale e giulivo, dall'altra Burgess che nota qualcosa che non va, una nota stonata, ha un cattivo presagio, è circondato da sguardi vuoti, gente che si ammassa, ha le vertigini. Ma l'energia della canzone è incontenibile, destinata per l'eternità a riempire le piste da ballo più colte e oscure.
"Less Than Human" (uscita come B-side di "In Shreds" nel 1982) viene nuovamente registrata per l'album; il suono circolare che sentiamo in sottofondo è opera di uno strumento-giocattolo denominato "whirly pipe", un tubo di plastica ondulato aperto ad entrambe le estremità: una delle due è più larga, l'altra è più sottile, e più è veloce la rotazione più è alta la tonalità della nota che viene prodotta. Lo si era incontrato già in "Monkeyland".

I rumori che spianano la strada a "Pleasure And Pain" sono uno strano incrocio fra gli echi massici degli ingranaggi del Big Ben e il rintocco di una campana fantasma svuotata. Il brano è rigido, ogni angolo è sminuzzato da una sorta di atemporalità che sgombra il cielo colore ardesia della prima città industriale del mondo. "Thursday Child" è un inno alla giovinezza perduta, un interrogativo magnetico sul proprio futuro, sulla propria condizione di essere uomo. "Paper Tigers" racconta di un furioso litigio con una nota band del periodo alla quale i Chameleons dovevano aprire il concerto, pur senza specificarne il nome. Sono significative le parole di Burgess a tal proposito: "È un testo paranoico, ma è il tipo di paranoia che ha le sue fondamenta in una vibrazione reale e violenta, quasi immaginata. Come essere in un bar e sapere che qualcosa di inaspettato potrebbe accadere da un momento all'altro, ma tu non sei in grado di fare qualsiasi cosa e ti lasci trascinare da questo flusso".

La chiusura maestosa di "View From A Hill” non lascia spazio agli equivoci, è l’essenza totale di "Script Of The Bridge". Burgess racconta di aver preso un acido insieme ai componenti della band e di essersi arrampicato su Tandle Hill per guardare i tentacolari sobborghi di Manchester. La prima parte del brano, in effetti, vuole rievocare quell'esperienza allucinata anche a suon di musica, attraverso una psichedelia sbilenca ma allo stesso tempo eterea. Un brano metafisico nella sua proprietà di linguaggio, in cui l'immaginazione non può far altro che perdersi nei meandri di un sogno vitale, di una speranza. È il monito sulfureo di una generazione, è semplicemente il ponte per una delle infinite possibilità del futuro.

La grafica della copertina, curata dallo stesso Smithies, da un lato anticipa le dissolvenze del dream-pop (paesaggi che si sovrappongono, un volto triste e smarrito, l'arcobaleno pallido che emerge a stento dalle fredde ma pacifiche tonalità di blu), dall'altro lancia un richiamo al surrealismo del rock progressivo (a cui rimandano del resto anche brani come "Second Skin" e "A View From The Hill", con le loro strutture multiformi).

Si ringrazia Federico Romagnoli per le consulenze.

(29/03/2020)

  • Tracklist
  1. Don't Fall
  2. Here Today
  3. Monkeyland
  4. Second Skin
  5. Up The Down Escalator
  6. Less Than Human
  7. Pleasure And Pain
  8. Thursday's Child
  9. As High As You Can Go
  10. A Person Isn't Safe Anywhere These Days
  11. Paper Tigers
  12. View From A Hill
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