“The Piper At The Gates Of Dawn” è oggi considerato una sorta di Sacro Graal dai fan dei Pink Floyd: l’album d’esordio che nel 1967 lanciò il gruppo londinese e contribuì ad affermare una nuova idea di psichedelia, visionaria, anarchica e sperimentale, capace di trasformare filastrocche infantili, improvvisazioni cosmiche e suggestioni letterarie in una musica fino ad allora mai ascoltata. È anche l’unico disco della band realizzato interamente sotto la guida creativa di Syd Barrett, autore di quasi tutti i brani e figura destinata a diventare una delle più affascinanti e tragiche della storia del rock.
Il titolo fu tratto dal settimo capitolo di “Il vento tra i salici”, il classico per l’infanzia scritto da Kenneth Grahame all’inizio del Novecento. Barrett rimase affascinato in particolare dall’incontro tra Ratto, Talpa e il dio Pan, uno dei passaggi più misteriosi e visionari del libro. Quell’immaginario fiabesco, popolato da gnomi, biciclette, spaventapasseri, gatti siamesi e viaggi interstellari, sarebbe diventato la materia principale dell’album.
Prima di allora Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright erano stati soprattutto studenti di architettura all’Università di Londra, mentre Barrett proveniva dal vivace sottobosco delle scuole d’arte della capitale britannica. Quando la Emi mise sotto contratto i Pink Floyd, destinati a trasformarsi in uno dei gruppi più importanti del Novecento, concesse loro un anticipo di appena 5.000 sterline.
Il disco venne registrato ad Abbey Road e prodotto da Norman Smith, tecnico del suono che aveva lavorato con i Beatles fino alle session di “Rubber Soul“. Dal punto di vista compositivo, però, “The Piper At The Gates Of Dawn” apparteneva quasi interamente a Barrett: Waters firmò soltanto “Take Up Thy Stethoscope and Walk”, mentre gli strumentali “Pow R. Toc H.” e “Interstellar Overdrive” furono accreditati a tutti e quattro i componenti.
Il giudizio lapidario di Waters
Roger Waters non ha però mai condiviso fino in fondo la venerazione riservata al disco. Pur riconoscendo il ruolo decisivo di Barrett e la sua irripetibile originalità, il bassista ha spesso descritto i primi Pink Floyd come un gruppo tecnicamente impreparato, costretto a rifugiarsi nella sperimentazione perché incapace di suonare in modo convenzionale. “Non voglio affatto tornare a quei tempi”, dichiarò parlando dell’album. “Non c’era niente di ‘grandioso’. Eravamo ridicoli. Eravamo incapaci. Non sapevamo suonare per niente, quindi dovevamo fare qualcosa di stupido e ‘sperimentale’”.
Agli occhi di Waters, “The Piper At The Gates Of Dawn” mancava soprattutto di una direzione complessiva. Era nato in un momento nel quale tanto i Pink Floyd quanto il rock psichedelico stavano ancora cercando la propria identità: molte scelte, secondo lui, venivano compiute per il semplice gusto di sperimentare, senza rispondere a un progetto preciso. Proprio quell’ingenuità che per generazioni di ascoltatori costituisce il fascino del disco gli appariva come un limite, una forma di sperimentalismo gratuito e talvolta pretenzioso.
La crisi di Barrett
La nascita del disco coincise anche con l’inizio della crisi di Syd Barrett. Il consumo di Lsd e il progressivo deterioramento delle sue condizioni mentali resero sempre più difficile la promozione dell’album e la stessa attività dal vivo dei Pink Floyd. June Child, assistente del manager Peter Jenner, ricordò uno degli episodi più inquietanti, avvenuto poco prima di un concerto all’Ufo Club: “Lo trovammo in camerino completamente fatto. Io e Roger Waters lo prendemmo e lo trascinammo sul palco. Il pubblico impazzì, perché lo adorava, ma lui si limitò a restare lì, immobile, a fissare la platea, con la chitarra che gli penzolava dal collo e le braccia stese lungo i fianchi”.
Le condizioni di Barrett costrinsero il gruppo a rinunciare al National Jazz and Blues Festival, antesignano dell’attuale festival di Reading. Jenner e Waters gli fissarono un appuntamento con uno psichiatra, al quale il musicista non si presentò. Waters tentò allora di aiutarlo accompagnandolo a Formentera insieme a Sam Hutt, considerato una sorta di medico di fiducia della scena underground britannica, ma nemmeno quel periodo di riposo riuscì a invertire la rotta.
La diffidenza del mercato Usa
Anche la pubblicazione americana di “The Piper At The Gates Of Dawn” fu travagliata. Negli Stati Uniti l’album uscì con una scaletta differente e privata di due brani rispetto all’edizione britannica, dando origine alle prime incomprensioni tra i Pink Floyd e la Capitol. “In Inghilterra e in Europa è sempre andata bene, ma in America non è mai stato facile”, raccontò Jenner. “La Capitol non riusciva a capire: ‘Cos’è questa spazzatura inglese? Cristo, ci darà solo dei problemi: facciamo uscire sulla Tower Records’. Fu un’operazione davvero pidocchiosa nonché l’inizio di tutte le incomprensioni tra i Floyd e la Capitol. È una storia iniziata male e proseguita peggio”.
Alla sua uscita il disco raggiunse il sesto posto nella classifica britannica, ma soltanto il numero 131 negli Stati Uniti. La sua statura sarebbe cresciuta con il passare degli anni, fino a trasformarlo in un classico e in uno dei capisaldi della psichedelia inglese. Soltanto in due paesi, tuttavia, l’album ha ottenuto il Disco d’Oro: nel Regno Unito e in Italia, dove nel 2017 è stato premiato per le 50.000 copie vendute, confermando il legame particolarmente intenso tra i Pink Floyd e il pubblico italiano.
La nuova era floydiana
L’uscita di scena di Barrett, per quanto dolorosa, obbligò Waters a trovare una propria voce. Inizialmente tentò di imitarne la scrittura, ma comprese presto che sarebbe stato impossibile. “Point Me At The Sky“, pubblicata nel 1968, fu da lui definita “un fallimento significativo dopo l’uscita di Syd dal gruppo”. Da quella consapevolezza nacque una concezione radicalmente diversa: non più una raccolta di canzoni autonome e fantastiche, ma album costruiti attorno a un tema unitario, nei quali ogni elemento musicale, narrativo e visivo dovesse concorrere allo stesso disegno. Quella ricerca avrebbe portato a opere come “The Dark Side Of The Moon” e “The Wall“, dischi molto più strutturati e controllati rispetto all’esordio barrettiano. Waters ha ammesso che proprio la loro ambizione avrebbe potuto farli apparire eccessivi: “Be’, è un rischio. Se la gente vuole definirmi pretenzioso e troppo ambizioso, credetemi, non sarà la prima e non sarà l’ultima. Ma dovrei forse dire: ‘Oh Cristo, è meglio che non registri quella canzone, qualcuno potrebbe dire che è pretenziosa o troppo ambiziosa’?”. E ancora: “Forse le mie pretese di grandezza sono infondate. Tuttavia, in qualche modo, ‘The Dark Side Of The Moon’ e ‘The Wall’ furono entrambi pretenziosi e grandiosi ai loro tempi, e resistono alla prova del tempo: sono buoni lavori. Quindi non posso preoccuparmi di questo”.
Il giudizio severo di Waters su “The Piper At The Gates Of Dawn” rivela invece quanto profondamente differissero le due principali anime creative dei Pink Floyd: da una parte la fantasia spontanea, fragile e imprevedibile di Barrett; dall’altra la ricerca di ordine, significato e perfezione concettuale di Waters. Ma dimostra anche che non sempre i musicisti sono i giudici migliori della propria opera. I Pink Floyd ne hanno offerto un’altra prova liquidando “Atom Heart Mother” come un esperimento malriuscito, mentre per molti ascoltatori resta uno dei loro capolavori più audaci e suggestivi. Capita, anche ai migliori.