Il giorno prima dell’uscita del suo secondo disco solista, Josh T. Pearson è a Milano per un promo day e la nostra intervista inaugura la sua giornata. Il jet-lag è al massimo del proprio effetto, e Josh non è certo tipo da perdersi in chiacchiere, ma le sue risposte mettono comunque in mostra un po’ di aspetti che stanno dietro a questo ritorno.
Guardando indietro al tour dell’album precedente, ricordo che, quando ti vedevo suonare, proponevi canzoni lunghe e concettuali, e tra esse raccontavi barzellette divertenti. Era un po’ surreale, come mai avevi questa voglia di raccontare queste barzellette, che ovviamente avevano un mood molto diverso rispetto alle canzoni?
Mi piaceva l’idea di contrapporre lo humour alla tristezza pesante. Può aiutare le persone a scivolare via velocemente dalla tristezza delle canzoni, e aiutava anche me a uscire in fretta da quegli stati mentali più cupi e rimettermi immediatamente all’interno di questa realtà. Mi rinfrescava la psiche un po’. Scopi diversi per momenti diversi. Mi aiutava a processare tutto quanto e a mostrarne l’altra faccia
Per quanto riguarda i cinque pilastri che hai stabilito per fare questo disco, non hai messo alcuna regola sulla lunghezza delle canzoni, infatti alcune durano due minuti e mezzo, e altre cinque o sei.
Penso che nella mia testa cinque minuti fosse uno dei pilastri! Non sono sicuro quali ti abbiano dato, ma l’ultimo stabiliva di sottomettersi alle canzoni, senza tener conto della lunghezza o del numero dei versi. “Love Song”, in particolare, quella è la canzone in cui viene applicata questa quinta regola. Ho lavorato con queste regole perché volevo avere dei parametri, provenendo dalla musica d’avanguardia e sperimentale, era bello stavolta avere dei parametri al cui interno lavorare.
Volevo proprio chiederti qualcosa sul parametro “sottomettersi alla canzone”, perché mi stavo chiedendo se l’aver messo una regola secondo cui dovevi fare ciò che la canzone ti chiedeva significhi che in passato non sempre l’hai fatto.
Quella è sempre la mia regola d’oro, sottomettiti alla canzone, fai ciò che lei ti dice. Penso che questa sia la regola che sta sopra tutte le altre, nell’arte in generale.
A proposito di “Love Song”, ho letto sul comunicato stampa che tu hai detto che non rispetta tutte le regole, però penso che se io dovessi scegliere una canzone che rappresenta lo spirito complessivo del disco, sceglierei quella.
Grazie, sono d’accordo, quella è l’unica canzone del disco che abbia davvero un significato personale, le altre tanno più in superficie e le ho fatte per divertirmi. Quella è l’unica canzone che contiene il mio cuore, sento che tutto il disco è stato fatto in funzione di quella canzone.
Hai detto di aver scritto le canzoni in tre giorni, come è stato il processo di scrittura? Hai scritto la musica prima e poi hai aggiunto le parole, o hai scritto tutto insieme?
È stato molto veloce, il massimo della velocità a cui sia in grado di pensare, è stato un esercizio, un allenamento, però “Love Song” ha richiesto un giorno intero per lavorarci su. Ho finito tutto in due giorni, il terzo giorno ho scritto altre canzoni che non sono finite nel disco e sono tornato a “Love Song” e ci ho aggiunto una manciata di parole. Comunque, parole e musica sono arrivate nello stesso momento, e penso sia una buona idea per canzoni con la parola “straight” nel titolo, e, ad esempio, mi piace il fatto che la metafora del whisky straight non sia mai stata usata nella musica country, mi ha sorpreso questa cosa.
Ci sono molti stili musicali differenti nel disco. Stavi già pensando a come una canzone avrebbe suonato, mentre la scrivevi?
Ho provato ad avere lo spettro complessivo al massimo di quanto potessi, tu definisci un tema, e deve essere scritto velocemente e essere ascoltato altrettanto rapidamente. È stata la volta più veloce nella quale ho fatto un disco, di solito passavo una settimana su una sola canzone…
Ho trovato “Give It To Me Straight” particolarmente interessante, perché c’è molta varietà all’interno della canzone.
Mi piace perché posso impersonare un personaggio con la voce, è stato divertente, ho sempre dato l’impressione di essere quello serio, ma qui mostro tutti gli aspetti della mia personalità. Abbiamo altri dischi in arrivo, genere completamente diverso, e sono contento all’idea di arrivare a quella roba lì, voglio più colore nello spettro.
Secondo me, ci sono un paio di canzoni che ricordano il tuo passato, intendo dire che “Love Straight To Hell” è piuttosto simile a ciò che facevi con i Lift To Experience e “Damn Straight” mi ricorda qualcosa del tuo disco precedente.
Ci hai preso in pieno. Non potrei essere più d’accordo. “Love Straight To Hell” è ciò con cui sono cresciuto, con Andy, il batterista dei Lift To Experience, e “Damn Straight” è quel country psichedelico che suonavo in “Last Of The Country Gentlemen”. Ci hai preso in pieno, ottima valutazione.
Penso che il video animato aderisca perfettamente allo spirito del disco. Hai deciso che volevi quel tipo di video, mentre stavi facendo il disco?
Per me era importante. Le macchine dall’intelligenza artificiale che hanno la meglio sulle nostre bugie. Era molto importante dire ciò che volevo dire nel primo video, perché nessuno vuole sentire di robot che hanno la meglio. Ho trovato questi ragazzi online, mi è piaciuto molto il loro lavoro.
Cosa puoi dirci dei concerti? Suonerai solo queste canzoni nuove o anche qualcosa dal passato?
Non lo so, sono curioso anch’io! Abbiamo fatto i nostri primi concerti al SXSW con tutta la band insieme, ne abbiamo fatte un paio vecchie e alcune nuove, quindi sarà senz’altro un mix, però faremo versioni più rock di quelle tratte da “Gentlemen”, abbiamo fatto “Sweetheart I Ain’t Your Christ” ed è stata molto bella, come se fosse suonata da Neil Young and The Crazy Horse, è stata grande, penso che gli italiani la adorerebbero. Spero davvero di tornare in Italia a suonare, portateci!
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| Intervista del 2017 di Lorenzo Righetto
Celebriamo anche noi la ristampa di uno dei dischi di culto dello scorso decennio, “The Texas-Jerusalem Crossroads” dei Lift To Experience, con una torrenziale e sentita intervista al leader Josh T. Pearson Ciao Josh, grazie per il tuo tempo. Questa è la nostra seconda intervista: la prima fu per il tuo album solista, avevi questa barba enorme, e anche i capelli lunghi. Avevo l’impressione che tutti vedessero un nuovo Messia in te. Poi, dopo qualche periodo, ti sei tagliato i capelli piuttosto drasticamente. Nel cliché hollywoodiano, questo rappresenta normalmente il momento in cui un uomo trova un nuovo equilibrio nella sua vita, un posto nella società o qualcosa del genere. È stato un momento particolare per te?Il momento per me è stato un paio di anni fa, quando un tipo con una barba molto curata mi si avvicinò in un bar di Austin suggerendomi una crema idratante per la barba che lui stesso preparava. Ho capito allora che la moda della barba aveva cambiato segno, finalmente, e che il sogno era finito. Tutti i miei simboli erano stati sequestrati. Avevano preso nuove forme. Era tempo di radersi. Stiamo ora celebrando il tuo esordio coi Lift To Experience, un disco anomalo e sconvolgente, in tutti i sensi. Qualcosa che i tuoi vecchi fan amavano già da tempo, probabilmente. Io sono tra quelli, ma ho apprezzato molto anche sentirlo con un mix ben fatto. Com’è nata questa ristampa? Per una serie di ragioni molto complicate non eravamo alla sessione di mix originale e questo ci ha sempre dato fastidio. Eravamo un assalto sonico piuttosto punk, torcibudella e il vecchio mix suonava tranquillo, sicuro. Noi non eravamo né l’uno né l’altro. La Bella Union ci disse che non si potevano permettere di lasciarcelo mixare in Texas, nel 2001, ma potevano farlo al loro studio a Londra in una settimana o due e farlo uscire. Ci siamo stati. Il mix fu anche velocizzato, la roba più strana, ma dal primo momento in cui abbiamo sentito il mix originale di Simon, abbiamo voluto rifarlo. Ma questo non fu mai un’opzione, perché la Bella Union giurò di aver perso i nastri. Poi una copia della copia della copia venne fuori su un ADAT attraverso un amico di un amico. A quel punto c’è voluto qualche anno per arrivare nella posizione di farlo, e così, quando la Mute si offrì, non potevamo dire di no. Molto della leggenda e dello status di culto del disco, a parte per la sua bellezza e per la sua potenza, è dovuto alla scenografia di un’apocalisse in Texas. Ma per me, per il poco che ti conosco dal tuo disco solista, per averti incontrato e per averti visto suonare live, “TTJC” suona probabilmente anche più personale della tua produzione successiva. L’ironia e il tormento mischiati insieme, il potere catartico della musica, ma, più profondamente, puoi sentire ancora che avevi bisogno di fare questo disco in questo modo, per te stesso prima di tutto. Sei d’accordo? Quello che sto cercando di dire è: pensi che, forse, il vostro disco fosse troppo sfidante per loro, in ogni senso? C’è evidentemente molto lavoro che avete fatto per fare un disco così dirompente. Non sarai più lo stesso dopo aver ascoltato “TTJC”. Mi chiedevo come entri l’artwork nel vostro progetto. Ti disturba che la musica rock si sia imborghesita sensibilmente oggi? Suonate concerti rock nei teatri per un pubblico seduto, ti ho visto suonare a Milano in una galleria d’arte… Dunque, il tuo primo disco coi LTE è stato pubblicato nel 2001. Il tuo disco solista è del 2011. Puoi farci una previsione sul prossimo? Grazie ancora per il tuo tempo. |
| Intervista dell’8 maggio 2011 di Lorenzo Righetto
Conosci Verdi? È morto a Milano. L’ho letto questa mattina, in un libro sull’opera. Sapevi che il suo nome era un simbolo durante l’unificazione dell’Italia? Vittorio Emanuele Re D’Italia. Dovresti leggerlo. È piuttosto fico. E i temi, i temi musicali… Lotta per la libertà, difendi il tuo onore. Tutto prima della musica registrata, tutto prima della televisione, solo le tue melodie… Incontro Josh T. Pearson in questa elegante galleria d’arte milanese, ogni tanto convertita a sala per concerti in caso di eventi speciali come questo. In piedi, si aggira con la sua chitarra, abbozzando parti di canzoni, sue e non (cosa che farà per tutta l’intervista), tra cupi dipinti astratti e un candido arredamento minimalista. Lo sguardo esausto, allucinato nei suoi occhi accresce drammaticamente il senso di alienazione di qualcuno che è stato sovraesposto al pubblico e alla stampa, ansiosi di scoprire un nuovo personaggio – nel suo caso, quasi un nuovo Messia. Questa è la quarta intervista che gli viene rivolta durante questo giorno a Milano. Tutti vogliono vederlo, vogliono ascoltare la sua musica e le sue parole, forse addirittura toccarlo, o bere un po’ della sua anima. Parte del mito messianico che è stato creato intorno a lui – con tanto di merchandising sindonico – sembra insomma rivelarsi vero. D’accordo, tu fai le domande, sei tu il capo. Mi sorprende come tu possa semplicemente sederti, prendere in mano la chitarra e suonare questo tipo di pezzi [ne aveva appena registrato qualcuno per il Rolling Stone italiano mentre aspettavo, ndr]. Hai suonato alcune delle canzoni durante gli anni, prima di registrare il disco. Qual è stata la reazione del pubblico, in quelle occasioni? Parte dell’intensità del disco è data dalla struttura inusuale delle canzoni. Come scrivi la tua musica, in genere? Hai anche registrato “Last Of The Country Gentlemen” dopo una lunga gestazione. Le canzoni sono state composte in un periodo di tempo limitato, però? Questa lunga attesa è dovuta a difficoltà materiali, o perché non ti sentivi pronto a entrare in studio di registrazione? E non hai mai cambiato idea riguardo al suonare i pezzi con un arrangiamento così scarno? Hai iniziato con uno stile completamente diverso, eri il frontman dei Lift To Experience, una band ispirata allo shoegaze. Come è successo che ripartisti dalla chitarra acustica, quando la band si sciolse? Puoi darci un breve riassunto del tuo periodo coi Lift To Experience? È una storia molto nota che sei figlio di un predicatore, che hai iniziato a suonare in chiesa, addirittura che hai pensato di diventare un predicatore tu stesso. Cosa è rimasto di questa necessità, questa attitudine, o visione, nella tua vita di artista o di normale essere umano in generale? Come è stato coinvolto Warren Ellis? OK, non mi vuoi dire quale… Stai suonando parecchio in Europa, ora. Ti senti più a tuo agio qui, piuttosto che nella tua nazione di origine? Frequento tutti gli anni l’End Of The Road Festival… Allora, l’ultima domanda. Sono molto curioso se hai dei piani per il prossimo disco… |