Lift To Experience

The Texas-Jerusalem Crossroads (ristampa)

2017 (Mute) | alt-rock, southern gothic

Quanti di noi vorrebbero essere nella testa di un americano, di un sudista con gli stivali di pelle appoggiati sulla veranda, i baffi a manubrio, la birra appoggiata sulla pancia prominente e il cartello “Vote Trump” ancora affisso sull’erba? Capire davvero quale anomalia culturale porta la “nazione di riferimento” a disdegnare il razionalismo da vecchia Europa e ad abbracciare cose come il creazionismo, il “sano” disprezzo per le razze non ariane, così come gli avvistamenti di Ufo e le cospirazioni governative? “The Texas-Jerusalem Crossroads”, con il suo artwork quasi repulsivamente kitsch (oggi arricchito di luccichii e, soprattutto, di un più rivelatorio sfondo texano), con il suo racconto allucinato e travolgente di un’Apocalisse texana, sembra che permetta questo tipo di transfert, con questo Dio da Vecchio Testamento che promette la catarsi autodistruttiva che pare la sottotraccia di questa cultura.
Ma chiunque abbia incontrato o anche solo visto dal vivo Josh T. Pearson, il frontman dei Lift To Experience, nella sua parimenti messianica avventura solista, sa che l’uomo è fatto di dramma almeno quanto di comicità (prevedibilmente), e così è meglio non farsi troppe illusioni. Se c’è qualcosa da capire, questo è tutto mescolato in un turbine metaforico da capogiro, un flusso di coscienza nato forse anche prima di Pearson, in un parcheggio per roulotte, o nella chiesa in cui predicava suo padre.

Santi che marciano verso Zion coi fucili in spalla, torme di “Winston Churchill” che sparano verso il cielo coi loro fucili Winston, nello stato della stella solitaria, bevendo birra “stella solitaria”, una migrazione armata verso il Texas, un’allucinazione collettiva innescata da un messaggio subliminale in una pubblicità dell’NRA, una coda di pickup e Suv nel deserto, sotto una pioggia di angeli: questi sono i giorni di “The Texas-Jerusalem Crossroads”, un disco in cui si percepisce, come in tutte le cose che fa Pearson, bisogna concederglielo, ammiratori o no, che qualcosa sta succedendo. Un confronto finale, un’implosione catartica o, con la stessa probabilità, una candid camera planetaria:

These are the days that must happen to you
The stars are aligned for all God's chosen few
So all you haircut bands, doing headstands
Thinking you'll turn the world upside down
Put your guitars up over your shoulders
A new sort of experience is taking over
'cos we're simply the best band in the whole damn land
And 'Texas Is The Reason'

I Lift To Experience devono il loro status di culto, che esisteva anche prima del successo di Pearson solista, ai loro live, più che un concerto, un documento sul paranormale sulla possessione, un incessante assalto di rullate, “cembali che tintinnano”, urla demoniache sul ponte della chitarra elettrica, rimbombi gutturali di basso, in mezzo ai quali la voce di Pearson sembra affondare, trascinata all’inferno (ogni esagerazione è voluta). Nonostante gli accenti stoner di queste performance, in realtà il southern gothic dei Lift To Experience ha angoli molto più smussati ("Down With The Prophets"), in cui si possono riconoscere da una parte gli aspetti più confessionali del successivo lavoro solista di Josh (gli accessi panici dell’alt-rock alla Built To Spill di “My Crippled Wings”), quanto aperture melodiche verso un’incondizionata devozione americana (“To Guard And To Guide You”, la trascinante “Falling From Cloud 9”).
Falsa arroganza e disarmante onestà (“Just a stupid ranch hand in a Texas rock band trying to understand God's master plan”, canta Pearson nella chiusa “Into The Storm”) si mescolano alle immagini “impossibilmente” bibliche, come facendo il verso alla Strada di McCarthy, in un mirabile affresco imperfetto, pieno di quelle immagini da apocalisse di cartapesta perfette per un disco “coming-of-age” come “The Texas-Jerusalem Crossroads”.

L’importante è infatti non prendere sul serio i Lift To Experience, tre ragazzi di Denton, Texas, formatisi nel 1996, autori di un solo disco, nel 2001, prodotto e pubblicato da Simone Raymonde e Robin Guthrie (Bella Union, esatto) appena dopo averli visti al South By Southwest nel 2000. L’apocalisse forse non succederà mai, laggiù, forse niente di quanto vi è narrato ha senso in termini teologici o sociali; insomma, dopo “The Texas-Jerusalem Crossroads” è possibile che si capisca ancora meno che all’inizio del mondo. Ma di sé stessi, eccome: se c’è un’opera musicale nella musica “leggera” contemporanea che rappresenta la catarsi, ma quelle personali, in cui le proprie fisime hanno bisogno di annullarsi in un vero “tutto” globale, beh, è proprio questa.

(07/02/2017)



  • Tracklist
  1. Just As Was Told
  2. Down Came The Angels
  3. Falling From Cloud 9
  4. With Crippled Wings
  5. Waiting To Hit
  6. Ground So Soft
  7. These Are The Days
  8. When We Shall Touch
  9. Down With The Prophets
  10. To Guard And To Guide You
  11. Into The Storm
Josh T. Pearson su OndaRock
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