9/12/2019

Flying Luttenbachers

Freakout, Bologna


di Massimiliano Speri
Flying Luttenbachers

Avere uno stile troppo riconoscibile, spesso e volentieri, può trasformarsi in una zavorra, specie nel regno sperimentale: quando hai un pubblico che ti segue non tanto per le tue composizioni quanto per il tuo sound e la tua inventiva, il rischio di venire a noia è dietro l'angolo anche per i più fantasiosi. La prima volta si è "estremi", la seconda "coerenti", la terza "ripetitivi". "Shattered Dimension", in sé, di difetti non ne ha: un'ora di fracassante baccano stile fucina di Efesto, ovvero tutto ciò che esigevamo dal ritorno dopo 12 anni dei temibili Flying Luttenbachers. E il problema è proprio questo: perché sprecare tempo a sviscerarlo, se possiamo rimettere sul piatto capolavori quali "Destroy All Music" o "Gods Of Chaos", usciti quando il jazzcore era ancora una bufera nuova e non una minestra riscaldata che, diciamocela tutta, ora come ora ha abbastanza stancato?

Discorso, questo, valido spesso per i dischi, ma quasi mai per i concerti: la sensazione di essere spostati da una massa sonora da spettinare una statua, che solo il palcoscenico può restituire, ridona linfa anche al più sgualcito dei codici. Ancor più vero se parliamo di una musica ad alto tasso improvvisato, ovvero la quintessenza di ciò che funziona meglio dal vivo che in studio. Se poi siamo in presenza di strumentisti stratosferici, guidati da un istrione tra i più travolgenti, le scuse per rimanere a letto iniziano a latitare. Non posso dunque che precipitarmi a questa unica data italiana dell'ensemble chicagoano, opportunamente ospitata nella capitale nazionale dello stile di cui sopra (chi si ricorda degli Splatterpink?).

Weasel Walter l'avevo visto all'opera l'anno scorso, sempre al Freakout, insieme all'amichetta Lydia Lunch: lei recitava, lui martellava, e null'altro. Grande serata, ma lo spettacolo che sta per sbriciolarmi timpani e cervello andrà molto oltre.
Accattivante logo stile bandiera di pirati robot, formazione quadrangolare con corposo assortimento di effetti e vestiario incoerente, viso pittato da bimbo che gioca a fare il marine: questo lo schema di gioco messo in campo dal leader, un attimo prima di una mattanza assicurata. Sei (o cento? o uno solo?) chilometrici brani, forse tratti dall'ultimo disco, forse da quelli prima, forse cazzeggiati lì per lì. Il caricatore si svuota a raffica disseminando bossoli di varia fabbricazione, dall'ultra-Rock in Opposition al Bregovic sotto steroidi, con il basso a spanciarsi come un pachiderma purulento tra i il gorgogliare brodoso del sax e la matematica abrasione della chitarra. Death-metallaro travestito da avant-noiser che gioca a fare il post-jazzista, Weasel dà la stura con zorniano zelo al proprio Uzi percussivo, tra blast beat da infarto, doppia cassa a valanga e un florilegio di rullate supersoniche da umiliare tutti i Brian Chippendale del mondo. Difficile, arrivati alla fine, capire chi sia più esausto (ma anche elettrizzato) tra noi e loro. "Se suoni questa musica tutte le sere, o sei già psicopatico, o lo diventi", commenta a caldo l'amico che mi accompagna: non ho altro da aggiungere.

La notte, manco a dirlo, non si chiude occhio: troppa corrente ancora in circolo. La sfogo la mattina dopo andandomi a riascoltare "Shattered Dimension": forse dovrò concedergli una seconda possibilità. Farti rivalutare album che hai liquidato troppo in fretta: altra esclusiva prerogativa dei concerti. Soprattutto di quelli fenomenali.



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