C’era davvero molta attesa per il ritorno di Gavin Friday in Italia, a trent’anni di distanza dagli ultimi contatti con un pubblico, che, come dirà durante il live del 19 ottobre al Teatro al Parco di Parma, "a differenza di inglesi e irlandesi lo ha supportato da sempre". Il contesto è quello deI festival “Il Rumore del Lutto”, i cui temi sono affini alla riflessione esistenziale e antropologica e al senso del teatro e del rito che da sempre caratterizzano la persona e l’arte di Gavin Friday. Da solo e, prima ancora, con i Virgin Prunes, Friday è il pioniere di un lungo e ininterrotto processo di metabolizzazione del punk e delle sue post-declinazioni, che è un fenomeno peculiare dell’area irlandese, la cui influenza, passando per i primi U2, arriva fino all’exploit contemporaneo dei Fontaines Dc.
C’è un asse, una sorta di sensibilità collettiva che unisce una “Walls Of Jericho” a “Stranger In A Strange Land” e alle “In ár g Croíthe go deo” di oggi e celebrarlo equivale a riconoscere l’urgenza delle sensibilità collettive che le hanno espresse, muovendo dalla propria stessa marginalità.
Di questa forza espressiva in risposta al bigottismo, alle difficoltà economiche, all’emarginazione da periferia dell’impero, che è la spina dorsale di intere generazioni di rock irlandese, è lo stesso Gavin a fare menzione durante lo show, usando parole che hanno la potenza della testimonianza diretta: "Per noi 'do it yourself' era un principio necessario, l’unico possibile, e ce l’abbiamo fatta, così voi non avete più scuse”. Del medesimo, incoercibile bisogno identitario ed espressivo è tramata, nelle sue eterogenee declinazioni, tutta la discografia di Friday, dall’ottimo esordio solista di “Each Man Kills The Things He Loves" (1989) fino alle asprezze epiche del più recente “Ecce Homo” (2024), passando per gioiellini di cantautorato rock teatrale e assoluto come “Adam 'n' Eve” (1992), “Shag Tobacco” (1995) e il tenebroso “Catholic” (2011), fra gli altri.
“Ecce Homo” ha segnato per Friday il ritorno a una major, la Bmg, che ha anche curato la ristampa dei dischi della prima band, dopo tre decenni più irregolari, infarciti di avventure parallele e uscite solistiche indipendenti, e non è un caso che si siano creati i presupposti per un tour con ambizioni più consistenti e una produzione sostenibile anche su larga scala. C’è davvero da augurarsi che sia solo la prima di una serie di date italiane e che altri pubblici, numerosi come quello del Teatro al Parco, abbiano l’opportunità di assistere a uno spettacolo ricco di emozioni e di idee, scritto e suonato benissimo in cui il leader è affiancato dalla splendida voce e dal versatile contributo strumentale e scenico di Carly Carlsbad (già ascoltata anche con i bravi The Cope nel mantra gaelic downtempo “Oiche”), Kevin Corcoran, giovane polistrumentista anche lui proveniente dalla scena elettronica irlandese e il collaboratore storico Renaud Gabriel Pion al clarinetto, strumenti a fiato ed elettronici.
Il set inizia con il “Miserere” della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina, poi si passa a una sequenza affilatissima di pezzi dall’ultimo disco, che confermano anche dal vivo l’impatto sonoro ideato da Friday insieme al compianto, indimenticabile talento di Dave Ball. “Lovesubzero”, “Ecce Homo”, una scintillante versione di “The Church Of Love” e l’imponente “Stations Of The Cross” vedono Friday officiante carismatico di un potente rituale che non rinuncia alla sensualità e all’ironia, anche grazie al provocante outfit da suora di Carly Carlsbad. C’è poi anche un momento di teatralità più confidenziale: un tavolino, una sedia, una bottiglia di rosso e un bicchiere d’acqua come oggetti di scena e il filo dei ricordi a dipanarsi attraverso il racconto con voce profonda e confidenziale.
Si avvicendano “il primo bacio che non si scorda mai” dato a Marc Bolan attraverso il televisore, il secondo, ancora catodico, a David Bowie, la folgorazione del punk, l’incontro con Guggi e Strongman nel milieu di Cedarwood Road, l’innamoramento per Brecht e Weill e per gli chansonnier francesi, Brel, Gainsbourg, Brassens, riconoscibili nel songwriting solista, soprattutto dei primi due album. E parte infatti “Apologia”, seguita da “Lady Esquire”, “Amaranthus”, dedicata al fiore preferito dalla madre e “Lamento”, dall’ultimo album, come a saldare presente e passato.
C’è anche spazio per due riusciti ripescaggi dal repertorio Virgin Prunes, “Sandpaper Lullaby” e “Caucasian Walk”, prima di "King Of Trash", perla tratta dal secondo album, e del probabile apice della produzione più recente, la struggente “When The World Was Young”, preceduta da un altro breve monologo di Gavin.
Poi si va al gran finale: “Cabarotica” e “Daze” dall’ultimo disco. Il pubblico chiede a gran voce "Caruso", ma dallo stesso album, “Shag Tobacco”, viene scelta “Angel”. E' il gran finale, Gavin sorride e la promessa, questa volta, è quella di tornare molto prima dei prossimi trent'anni.