18/11/2025

I Cani + Neoprimitivi

Atlantico, Roma


Sono trascorsi nove anni dalle ultime esibizioni di Niccolò Contessa, nove anni che non hanno cancellato l’affetto che il pubblico prova nei confronti delle canzoni del suo progetto, I Cani. Del resto non esporsi troppo, restare volutamente defilato, è da sempre una delle caratteristiche del musicista romano, basti ricordare le prime apparizioni della band, quando si presentava con il volto nascosto da un sacchetto di carta, tipo busta del pane, oppure le prime interviste che lasciavano trasparire un’aria da nerd. Niccolò è un personaggio che non ama essere sbattuto in copertina, lo si percepisce anche solo osservandolo a fine concerto, quando con tutta la sua semplicità e senza alcun atteggiamento da divo, trascorre del tempo in compagnia di fan e amici, birretta in mano e cappellino in testa, quasi a volersi mimetizzare fra le strutture dell’Atlantico, dove ha finito di suonare da appena una quindicina di minuti.
Le canzoni di “Post Mortem”, pubblicato lo scorso aprile, alternate ai classici dei tre album precedenti (più “Nascosta in piena vista” edita esclusivamente come singolo) formano una scaletta di grande spessore, cartina di tornasole di un’intera generazione, che in quei brani continua a vedersi perfettamente riflessa, completamente rappresentata. Tracce che partendo da luoghi romani sono divenute universali, accendendo all’alba degli anni Dieci la miccia di quell’it-pop che avrebbe poi generato numerosi campioni d’incasso, da Edoardo Calcutta in poi.

Fenomeno hipster da molti all’epoca ritenuto costruito a tavolino, oggi Niccolò Contessa sul palco appare l’autorevole leader di una band in costante equilibrio fra momenti cantautorali (l’iniziale “Io no”) e un indie-pop infettivo, in grado di sintetizzare Baustelle, pop-punk e suoni di matrice wave, con slogan che non sono invecchiati di un grammo, ancora perfetti da cantare e ricantare all’infinito.
Abbiamo assistito a una delle cinque date romane del tour di supporto a “Post Mortem”, tour partito a ben sei mesi dalla pubblicazione, una scelta singolare, come a voler dimostrare l’intenzione di rappresentare quelle canzoni soltanto nel momento in cui si fossero davvero radicate nella memoria collettiva di fan e curiosi.
E’ un disco che è risultato molto amato dalla fanbase, lo si nota dalla reazione del pubblico durante l’esecuzione di “Buco nero” e “Colpo di tosse”, poste in sequenza nella primissima parte della scaletta. Ma sono soprattutto i brani più datati, quelli contenuti ne “Il sorprendente album d’esordio dei cani” (2011) e nel successivo “Glamour” (2013) a incendiare l’atmosfera (e a scatenare il pogo), a iniziare da "Come Vera Nabokov" e proseguendo attraverso un fil rouge che si srotola lungo l’intera durata del concerto, trovando l’epilogo sulle note di “Lexotan”, eseguita a luci accese, con Contessa che si getta fra le braccia del pubblico.

Fra i punti di forza di questo tour, va sottolineata la qualità delle opening band, scelte con l’intento di assicurare visibilità ad alcuni dei migliori nomi emergenti della scena nazionale, selezionate personalmente dallo stesso Contessa, fra i quali Giulia Impache, Laguna Bollente, Asino, Gaia Rollo, I Ragazzi Stanchi, ONDAKEIKI, EX Men. Le date romane del 18 e del 19 novembre sono state aperte dai Neoprimitivi, trasformando le due serate in una vera e propria festa targata 42 Records, etichetta che si conferma fra le più attente in Italia a individuare nuovi artisti e nuovi trend.
I sei musicisti, schierati in linea sul palco, hanno proposto “Sul globo d’argento” (la traccia principale dell’album d’esordio “Orgia mistero”), una suite di oltre venti minuti che fonde in maniera del tutto naturale la psicotropa psichedelia degli Spiritualized e l’andatura motorik dei Can, alternando sfuriate chitarristiche (e tastieristiche, ce ne sono ben tre sul palco) garage e dilatazioni ambient, un condensato delle lunghe improvvisazioni compiute dalla band in studio. Senza alcun timore reverenziale, i Neoprimitivi propongono poi una personale rivisitazione di “Sister Ray”, classico dei Velvet Underground, per chiudere un’intensa mezz’ora che lascia sin troppo facilmente prevedere un brillante futuro.