Silvio Rodríguez

Al final de este viaje...

1978 (Areito) | nueva trova

Silvio Rodríguez è il più importante cantautore nella storia della musica cubana, capace di produrre album di grande rilevanza culturale per almeno vent’anni – dal 1975 alla metà degli anni Novanta – e in seguito di mantenere un profilo comunque dignitoso, con saltuarie impennate dovute all’aiuto degli artisti nel frattempo formati sul suo lavoro: si pensi al duetto con i Calle 13, “Ojos color del sol”, del 2014.
Non ci sono molti artisti al mondo che quasi da soli indichino un’intera corrente artistica, come succede a Rodríguez con la nueva trova cubana. L’unico altro nome che possa competere per impatto è Pablo Milanés, il cui canzoniere, nel complesso, è tuttavia meno imponente.
Rodríguez è anche simbolo di come una mente creativa possa decodificare un contesto complesso e contraddittorio, generando un personaggio di molte luci e qualche ombra (più che altro per l’acriticità verso la Cuba post-rivoluzione), alle cui canzoni si sono abbeverate diverse generazioni di artisti, dai cantautori suoi contemporanei a band indie rock del nuovo millennio come i cileni Bunkers, che gli hanno dedicato un intero album di cover (“Música libre”, 2010). 
 
Per chi non ne conoscesse la storia, si sta parlando di uno dei volti più noti della Cuba castrista, a livello internazionale. Celebrato dai critici non solo nelle nazioni ispanofone, ma anche in Italia, dove ha vinto il Premio Tenco nel 1985, Rodríguez è stato un convinto rivoluzionario sin da ragazzo e non ha mai voltato le spalle al regime di Castro, diventandone anzi una delle punte di diamante a livello sia artistico, sia propagandistico.
La nueva trova nacque sostanzialmente quando Rodríguez, insieme a un gruppo di amici fra cui lo stesso Milanés, venne cooptato da colei che aveva in mano la gestione della cultura nella Cuba post-rivoluzionaria: Haydée Santamaría.
Si trattava dei ragazzi più turbolenti fra quelli che stavano emergendo come cantanti: Rodríguez aveva avuto modo di arrivare addirittura in televisione, quando ne venne cacciato per aver parlato dei Beatles, all’epoca visti negativamente dal regime. Milanés si era addirittura fatto un anno di campo di concentramento per il suo estro artistico ritenuto difficile da gestire. 
Santamaría ebbe l’intuizione vincente: riunirli in un istituto che desse loro voce, mezzi e sostegno economico, in modo da poterli utilizzare come ponte fra il regime e i giovani (la prima generazione dei rivoluzionari cominciava del resto ad avere più di quarant’anni). Laddove la Russia comunista aveva timore dei cantautori, Cuba li utilizzò come un megafono.
 
La piena integrazione richiese un po’ di tempo, ma a metà anni Sessanta era sostanzialmente compiuta. Nel 1975 Rodríguez pubblicava il suo primo, epocale album in proprio, “Días y flores”, che fece subito breccia a Cuba e venne quello stesso anno esportato in Perù, Spagna e Cile (dove venne parzialmente censurato dal regime di Augusto Pinochet). Arrivò con notevole ritardo in Argentina, nel 1982, quando la dittatura si andava ormai sfaldando.
È importante notare quanto i regimi di destra temessero le sue canzoni e il modo in cui facevano insinuare ideali socialisti con versi delicati, fantasiosi e poetici. In un’America latina che all’epoca, all’infuori di Cuba, stava venendo travolta da regimi anticomunisti sostenuti dai servizi segreti americani, Rodríguez rischiava di ridare voce a coloro che erano stati eliminati – non solo mediaticamente, ma anche fisicamente – dai rispettivi regimi, come il cileno Víctor Jara o l’argentino Jorge Cafrune (per completezza storica si precisa che sul secondo non ci sono prove certe, ma l’opinione pubblica in Argentina è pressoché unanime al riguardo). Così, mentre la nueva canción a livello continentale veniva soffocata, la nueva trova cubana prosperava. 
 
Oltre a essere un abile commentatore politico, Rodríguez è però anche un poeta, e come tale capace di descrivere il quotidiano, i sentimenti, lo scorrere della vita, la condizione umana nella sua accezione più universale. Anche su questi temi è improntato il suo secondo album, “Al final de este viaje…”, pubblicato nel 1978 e accolto trionfalmente in tutto il mondo ispanofono. A oggi rimane il disco con cui il pubblico identifica l’artista, forse il suo più scarno e al contempo più maestoso.
Scarno perché registrato con l’accompagnamento della sola chitarra, maestoso per lo spettro dei temi che affronta e per la realizzazione tecnica impeccabile. 
I dieci brani in scaletta sono tutti stati scritti fra il 1968 e il 1970, quando l’autore era ancora in erba e le istituzioni cubane avevano appena iniziato a inglobarlo: sette, non avendo trovato precedente sbocco, vengono qui incisi per la prima volta, mentre tre – già editi come parte di Ep e antologie – vengono comunque registrati daccapo, in modo che stile e suono risultino in linea con gli altri.
 
Apertura programmatica è “Canción del elegido”, dedicata al rivoluzionario cubano Abel Santamaría Cuadrado (ucciso dalle forze governative di Fulgencio Batista nel 1953): sin dal titolo viene assimilato alla figura dell’eletto, del messia singolo eppure plurale celebrato nella liturgia atea della rivoluzione. “Ogni volta che si crea una storia si parla di un vecchio, di un bimbo o di se stessi. Ma la mia storia è difficile: non ti parlerò di un uomo comune. Farò la storia di un essere di un altro mondo, di un animale galattico. È una storia che ha a che fare con il corso della Via Lattea. È una storia sepolta, parla di un essere venuto dal nulla”.
Come epopea e nel senso più letterale del termine, celebra la santità della causa guerriera (o guerrigliera, nel caso), l'ira funesta dell'eroe che si scaglia intrepido contro il nemico, sia quello più immediato e materiale come quello piú astratto e universale dell'oppressione, dello sfruttamento dell’uomo verso l’uomo. “Capì la storia in un istante. Sentì sulla testa i cristalli frantumati e comprese che la guerra era la pace del futuro: il più terribile si impara subito e la bellezza ci costa la vita. L’ultima volta che lo vidi attraversava il fumo e le schegge, felice e nudo. Stava uccidendo canaglie con il suo cannone del futuro”.
 
Con “La familia, la propiedad privada y el amor” la critica sociale si sposta sul ruolo e le prospettive della donna, sottomessa – economica, psicologica e sessuale – al sistema di dominazione capitalista, post-coloniale e cattolico: “E quando smetterai di amare, tieni a mente i bambini. Non lasciare tuo marito o una bella casa. Avevi nastri bianchi sulla pelle, avevi un prezzo fisso già da prima, tu valevi quattro pugni della legge, tu seduta sulla paura, sulla paura di correre”.
Spunta anche un’immagine della guerra del Vietnam, senza però rubare la scena all’ideale femminile che Rodríguez cerca di scuotere: “Cosa direbbe Dio, se ami senza la chiesa e senza la legge? Dio a cui ti sei già data in comunione, Dio che rende eterne le anime dei bambini, che verranno distrutti dalle bombe e dal napalm”.
 
“Ojalá” è il brano più noto della carriera. Gli scorci di immagini fra loro contrastanti hanno portato a lunghi dibattiti sul significato del testo, includendo interpretazioni politiche che vogliono leggervi ora un’invettiva contro Pinochet, ora un improbabile panegirico dispettoso verso Castro. Stando all'autore, si tratta di una dolente canzone d’amore in cui il protagonista si dibatte fra laceranti contraddizioni: in effetti, i contenuti politici di cui sopra sono forse più da imputarsi alla fantasia degli ammiratori più accaniti dell’artista, che non sembrano poter rinunciare al suo impegno.
Possano le foglie non toccare il tuo corpo quando cadono,
affinché tu non possa trasformarle in vetro.
Possa la pioggia smettere di essere miracolo che scorre lungo il tuo corpo,
possa la luna sorgere senza di te,
possa la terra non baciare i tuoi passi.
 
Possa esaurirsi il tuo sguardo costante,
la parola esatta, il sorriso perfetto.
Possa accadere qualcosa che ti cancelli all'improvviso:
una luce accecante, uno sparo di neve.
Possa almeno portarmi via la morte,
per non vederti tanto, per non vederti sempre,
in tutti i secondi, in tutte le visioni.
Possa io non toccarti/suonarti nemmeno in canzone. 
 
Possa l'alba non dare urla che cadono sulla mia spalla,
possa il tuo nome venire dimenticato da quella voce,
possano i muri non trattenere il tuo rumore di stanco camminare,
possa il desiderio seguirti nella tua uscita,
al tuo vecchio governo di defunti e di fiori.
(Note – 1: la parola “ojalá” potrebbe tradursi anche come “magari”, “speriamo bene”, “volesse il cielo”. Quest’ultima accezione è la più vicina all’etimologia della parola – dall'arabo andaluso, “Law sha’a Allah”: “piaccia a Dio” – e particolarmente al carattere di implorazione del testo. Si è scelta l’espressione imperativa “possa” allo scopo di semplificare lo scorrimento della frase;
2: oltre a “toccare”, “tocar” si utilizza anche per “suonare”, da cui la voluta ambivalenza della frase)
 
Dedicata a Ernesto Guevara, “La era está pariendo un corazón” non traccia questa volta il sembiante archetipico dell'eroe e delle sue gesta, bensì le motivazioni e l’urgenza di intervenire sul mondo per modificare il corso della storia: “L’era sta dando alla luce un cuore. Non ce la fa più, muore di dolore. E occorre andare in suo aiuto in fretta, perché sta svenendo l'avvenire. […] Devo lasciare la casa e il divano. La madre vive fino a che muore il sole. E devi bruciare il cielo se necessario, per vivere, per qualsiasi uomo al mondo, per qualsiasi casa”.
 
“Resumen de noticias” è una specie di lettera aperta, di pubblica confessione, ma anche una denuncia delle caratteristiche – più che delle persone – considerate negative dall’autore: “Sono stato alla portata di tutte le tasche, perché non costa niente guardarsi dentro. Sono stato alla portata di tutte le mani che hanno voluto toccare la mia mano amico, ma povero me, non sono stato con i prigionieri della sua testa benestante.Non sono stato da quelli che ridono con solo mezza risata, i delimitatori della primavera”.
Il carattere, leggermente autoironico e umoristico, emerge dalla redazione quasi burocratica del testo, risorsa letteraria peraltro abbastanza comune sia in Rodríguez, sia in altri autori iberoamericani: “Se qualcuno che mi ascolta si sentisse pure ritratto, si sappia che è stato fatto con quell'intento. Qualsiasi reclamo, che sia senza carta intestata, buonanotte amici e nemici”.
 
In “Debo partirme en dos” emerge il contrasto interiore del giovane trovatore, da un lato portavoce del suo tempo in lotta (“Non vedete, ora sono decente, è stato facile per me. Che il pubblico si raduni e mi osanni. Che i bambini si avvicinino godendosi il ritmo. E che gli intellettuali restino seduti”), dall’altro uomo con la sua vita privata e le sue esigenze, volendo un po' patetico (“Ti amo, amore mio, non lasciarmi da solo. Non posso stare senza di te, guarda che mi metto a piangere”).
 
“Óleo de mujer con sombrero” (“Olio di donna con cappello”) è la canzone più nota della tetralogia “Exposición de mujer con sombrero” (“Esposizione di una donna con cappello”). Le altre tre sono: “Dibujo de mujer con sombrero” (“Disegno di…”), “Detalle de mujer con sombrero” (“Particolare di…”) e “Mujer sin sobrero” (“Donna senza cappello”). La tetralogia completa, composta fra fine anni Sessanta e inizio Settanta, è apparsa per la prima volta nell’album “Amoríos” (2015), essendo stata “Óleo…” l'unica pubblicata fino a quel momento.
Sebbene l’autore applichi talvolta il carattere metaforico di donna a quello di rivoluzione, in questo caso sembra riferirsi a una vera donna, probabilmente un rapporto di gioventù. Nel testo c'è un riferimento al pittore russo Marc Chagall, fonte d’ispirazione per la parallela carriera di Rodríguez come illustratore.

Una donna si è persa,
di conoscere il delirio e la polvere,
si è persa questa bellissima follia,
i suoi brevi fianchi sotto di me,
si è persa la mia forma di amare
si è persa la mia impronta nel suo mare.

Vedo una luce tremolante
e promette di lasciarci all'oscuro,
vedo un cane che abbaia alla luna
con un’altra figura che pare ricordare me.
Vedo di più: vedo che non mi ha trovato.
Vedo di più: vedo che si è persa.

Una donna innominabile,
scappa come un gabbiano,
e io velocemente asciugo gli stivali,
bestemmio una nota e spengo l'orologio.
Ma a chi gliene frega dell'amore,
che io possa recitarle la sua canzone.

La vigliaccheria è un affare degli uomini,
ma non degli amanti.
Gli amori vigliacchi non divengono amori,
né storie, si fermano lì,
nemmeno la memoria li può salvare,
né il migliore oratore coniugare.

Una donna con un cappello
come un dipinto del vecchio Chagall,
corrompendosi al centro della paura.
E io, che non sono brava persona, mi sono messo a piangere,
ma allora piangevo per me,
e ora piango per vederla morire.

(Nota – Ricorre l’ambivalenza della donna che “si è persa”: ufficialmente è inteso come “ha perso l’occasione di…”, senza tuttavia rinunciare al sottinteso “si è smarrita”)
 
“Al final de este viaje…” non è però riducibile a una grande raccolta di versi. Rodríguez è anche un eccellente chitarrista e compositore, sostanzialmente autodidatta pur essendosi affinato durante gli anni passati nel Grupo de Experimentación Sonora del ICAIC (Istituto Cubano dell’Arte e dell’Industria Cinematografica), prima di debuttare come solista.
Troviamo così armonie sfuggenti che oscillano fra maggiore e minore (“Ojalá”, “Debo partirme en dos”), labirintiche progressioni d’accordi (“Aunque no esté de moda” meriterebbe un articolo a sé), cromatismi e triadi diminuite (la title track). Le influenze spaziano dal cantautorato europeo e statunitense al bolero, passando per la musica classica, assorbita quest’ultima sia attraverso la tradizione cubana (i vecchi bolero erano influenzati dall’opera italiana come dai lieder tedeschi), sia in seguito per conto proprio, con l’ascolto dei grandi compositori barocchi, classici e romantici. Ascendenze che si rivelano nei complessi arpeggiati di cui il disco è disseminato. 
 
Anche la produzione è di primo livello: il disco venne registrato a Madrid, presso lo studio Sonoland, aperto nel 1975 e fra i migliori in Europa. Appoggiato dal produttore Pedro Orlando, di cui in seguito si perderanno le tracce, e dal tecnico del suono José Antonio Alvarez Alija, uno dei più richiesti nella storia del pop spagnolo, Rodríguez registra dieci tracce impeccabili, dove la voce è spesso aiutata da un magistrale utilizzo dell’eco (senza che ne fuoriesca alcun suono eccessivamente sibilante). 
Anche le vibrazioni delle corde della chitarra risultano perfettamente calibrate: si paragoni la versione di “Ojalá” qui presente con quella pubblicata un anno prima in “Cuando digo futuro” (raccolta di materiale registrato fra il 1968 e il 1973), dove lo strumento sembrava a tratti invadere la linea vocale.
 
Il disco nel complesso è un miracolo di poesia, perizia tecnica e genio compositivo come il cantautorato ha poche altre volte saputo ottenere, perlomeno dispiegando così pochi mezzi. 
Rodríguez avrebbe proseguito arricchendo il proprio canzoniere di molti altri classici, ma forse senza più realizzare un’opera tanto importante, manifesto della cultura iberoamericana dalla prima all’ultima canzone.

(27/12/2020)

  • Tracklist
  1. Canción del elegido
  2. La familia, la propiedad privada y el amor
  3. Ojalá
  4. La era está pariendo un corazón
  5. Resumen de noticias
  6. Debo partirme en dos
  7. Óleo de mujer con sombrero
  8. Aunque no esté de moda
  9. Qué se puede hacer con el amor
  10. Al final de este viaje en la vida




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