Elbow

Leaders Of The Free World

2005 (V2) | alt-pop

Mi chiedevo, all'indomani dell'uscita di "Asleep in the Back", uno dei migliori debut album degli ultimi anni, che forma avrebbe assunto il secondo disco degli Elbow. "Any Day Now", con quel videoclip essenziale e lirico parimenti il brano, non era che l'incipit di un Lp per certi versi infinito, e assolutamente discordante con tutto quello che il music business ha sempre, più o meno petulantemente, preteso. In un'era dominata da piccoli, saltellanti Justin Timberlake, felici e smaniosi di accaparrarsi le posizioni più alte delle chart, neanche si trattasse di giovani oranghi in amore, i testi fortemente emotivi di Garvey e le atmosfere rarefatte dell'album apparivano stranianti quanto il pinguino autostoppista di quella pubblicità di snack. La rivista "Uncut" (maggio 2001), che li seguiva dai tempi del demo di "Rest Easy" (poi "Presuming Ed") rifiutato dalla Parlophone, diede la stura a una miriade di ottime recensioni che ne consacrarono il discreto successo.

A distanza di qualche anno, "Cast Of Thousands" è l'involontaria replica alla mia profetica domanda. Un album ambizioso e complesso (significativi i due pseudo-ominidi rupestri sulla copertina), probabilmente tra i migliori dischi pop del 2003, con la co-produzione di Ben Hiller, il singolare personaggio dietro "Think Tank" dei Blur e "Some Cities" dei Doves (nonché del nuovo disco dei Depeche Mode). Il talento degli Elbow a quanto pare è una costante, e mentre Coldplay e Travis rimangono ancorati alle proprie consolidate (ma un po' logore) strutture pop al fine di assicurarsi il ramo più alto dell'albero, il gruppo capace di scrivere canzoni come "Fugitive Motel" preferisce grufolare nel sottobosco esoterico e impalpabile tanto caro al folletto Thom Yorke. "Leaders Of The Free World", terzo tomo dell'epopea autunnale del quintetto di Manchester, è la logica radura alla fine del sentiero intrapreso poco dopo essersi svegliati. Un disco che conferma ulteriormente la predisposizione innata degli Elbow a trascrivere pamphlet riguardo un'imminente, visionaria rivoluzione della musica pop.

Il decostruzionismo nega al linguaggio ogni remota possibilità di manifestare significati univoci, e propone un'analisi di qualsiasi testo in senso lato, concentrandosi sugli eventuali, molteplici significati interiori. La poetica degli Elbow, così imbevuta di substrati emozionali, piani di lettura talvolta lucidamente differenti e strali sonori catartici, riflette un ampio raggio di significati (e in questo contesto, identificare l'influenza di Peter Gabriel non è da considerarsi un esercizio avventato). Ogni tema affrontato nel disco, ogni ambiente, ogni elemento, viene sezionato allo scopo di tratteggiarne gli incerti contorni, in uno stile asciutto, sostanziale e immediato, che in letteratura chiameremmo hemingwayano. Geneticamente dissimili l'una dall'altra, benché naturalmente alimentate dalle medesime, fuorvianti introspezioni, le tracce dell'album sembrano sfuggire a un'ossatura comune. "Station Approach" è un classico pezzo degli Elbow. Dopo una partenza sommessa e intimista, con Guy Garvey che racconta di strade "full of Goths and Greeks", il brano pian piano assume ampie dimensioni, con le circolari percussioni di Richard Jupp e l'aggiunta di un coretto segmentato dal sapore vagamente ottimista.

In "Picky Bastard" (o "Picky Bugger"), gli Elbow riprendono in qualche modo il discorso lasciato in sospeso dalla canzone precedente, con un testo che non sfigurerebbe in un disco dei Wilco. "Forget Myself", con il suo crescendo nervoso, comunque moderato, introduce definitivamente l'astrazione musicale della band. Su un testo come al solito bizzarro e sgusciante ("The Man on the door has a head like Mars/ Like a baby born to the doors of the bars"), basato sul tema della perdita strutturale dell'identità, tutto il gruppo, con i Potter in testa, mostra la propria instabile normalità. Tuttavia, potrebbe essere solo un episodio. La tristezza cosmica e serena, visualizzata come la consapevolezza di una certa, ineluttabile sconfitta ("And I'll miss you the way you miss the sea") è la materia preferita di "The Stops", il pezzo che più di tutti rivendica un legame con le sonorità weary & passionate di "Asleep In The Back". In effetti, "The Stops" potrebbe anche essere l'anticlimax al rovescio di "Leaders Of The Free World", la title-track retta da pungenti tocchi di chitarra e da varie interpolazioni elettroniche appena percettibili, con qualche lontano riferimento ai South. Paranoico comandante di un improbabile sottomarino in un mare di non ben specificati nemici, Garvey impronta una sorta di teatrale satira militare nel brano forse meno incisivo dell'intero album.

Con la traccia numero cinque, si chiude, idealmente, la prima parte del disco. I propositi degli Elbow sembrano essere abbastanza chiari dopotutto, salvo rimettere tutto in discussione affidandosi alla dolce "An Imagined Affair", con tanto di ululati e cicliche chitarre acustiche, dal sapore nostalgico e smaliziato. A un primo ascolto, suona come la cover di un sottovalutato brano dei Beach Boys. Il clima da summer ending, però, viene agevolmente superato da "Mexican Standoff", forse uno dei pezzi più significativi dell'intero repertorio, con le sue chitarre dal gusto genuinamente rock e il basso di Turner, assegnato a un lavoro oscuro e necessario. Ma la malinconia sembra avvolgere indelebilmente i ragazzi di Bury (il distretto metropolitano della contea di Greater Manchester dove gli Elbow si sono formati), e "The Everthere" ne presenta tutti i sintomi ("If I loose a sequin here and there/ And take my time on every stair"). Dissertazione che trova nuove avvisaglie in "My Very Best" e nella conclusiva "Puncture Repair".

Nel mezzo, il pezzo a mio avviso migliore dell'album, la toccante ballata "Great Expectations", l'unica a parlare esplicitamente di amore, attraverso la consueta, inerme sincerità. Garvey, in chiusura, non può esimersi dal rassegnarsi all'ennesima predestinazione ("And if you're running late/ This where I'll go/Know I'll always wait"), con la sua voce che narra di persone dolorosamente costrette a lasciarsi, a causa di un motivo assolutamente esterno e improrogabile. Una voce tuttavia stranamente rassicurante, come in alcuni brani dei Tindersticks, ma con un'inclinazione lirica maggiore. Una volta terminata la riproduzione, "Leaders Of The Free World" è uno di quei pochi, pochissimi album che insidia immediatamente un altro ascolto, come "Kid A" o "Rock Action". I significati, come detto, sono provvisti di innumerevoli soluzioni. Sarebbe alquanto avvilente accontentarsi di una sola verità.

Le canzoni di questa band, così tristi e drammatiche da far invidia a una pagina del diario di un Robert Smith sedicenne, forse non cambieranno di una nota gli stilemi propri della musica pop, e non si arrampicheranno mai sopra quei dannati alberi che ondulano allegramente (perché sovraffollati da antropomorfi impegnati a fornicare, credo). No, niente del genere. Per fortuna.

(13/09/2005)

  • Tracklist
  1. Station Approach
  2. Picky Bastard
  3. Forget Myself
  4. The Stops
  5. Leaders Of The Free World
  6. An Imagined Affair
  7. Mexican Standoff
  8. The Everthere
  9. My Very Best
  10. Great Expectations
  11. Puncture Repair
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