Field Music

Field Music

2005 (Memphis Industries) | pop-rock

Da un’idea di membri di Futureheads e Maximo Park nasce il progetto Field Music. Il loro esordio omonimo consiste in un bignamino della musica pop, che riporta le istanze wave dei gruppi madre in piccoli caleidoscopi melodici e lievemente retrò, tra armonia e dadaismo, tra Beach Boys, Van Dyke Parks e Xtc, il tutto rifuggendo ogni pretesa di somma aura artistica e molto più vicino al divertissement intelligente.

I brani sono più che altro gustose schegge, suonate senza gran capacità tecnica, ma con buona dose di originalità, riciclatrici soprattutto, ma con fantasia e senza mai essere pedisseque copie. Forse la non pretenziosità nasconde un non voler/poter osare, una mancanza di stazza che danneggia un po’ il risultato finale, dato che non sempre le miniature presentate sono permeate da quella brillantezza necessaria a decretare il pieno successo dell’operazione. La prospettiva surreale della band è visibile già dal primo pezzo, "If Only the Moon Were Up", chitarrismo wave e richiami di Knack vanno a scontrarsi con squilli di tromba e una chitarrina country, il canto procede stralunato e asseconda i giochi melodici, il passo è lento, il piglio strumentale decisamente amatoriale, furbo e puro al tempo stesso.

Ancora bene con "Tell Me Keep Me", indie-rock trasfigurato, rintocchi di piano, coretti e violini con saporito eccesso di zuccheri. L’aria è lieve e gaudiosa. Purtroppo molte idee riescono a metà, come "Pieces", che vanta un buon giro di piano e buon contrappunto di elettrica, ma è brano sin troppo leggerino o come la successiva "Luck Is a Fine Thing", archi e melodia (invero non eccelsa) dal sapore beatlesiano riscattata da un improvviso passo di danza. Ancora archi e pianoforte in evidenza in "Shorter, Shorter", cantata in un falsetto un po’ eccessivo e per questo convincente. "It’s Not the Only Way to Feel Happy" è l’unica "canzone classica" del lotto. Delicato giro di chitarra, campanelli e tamburi evocativi, canto rilassato e synth pulsanti a iosa a dimostrare che la band ha le carte in regola per rischiare quel qualcosa in più che, come si diceva, sarebbe forse auspicabile.

Al repertorio maggiore sono attribuibili anche l’atmosfera fumosa e sottilmente tesa di "Got to Get the Nerve" e la gemella in opposizione, "Got to Write a Letter" spigliata cavalcata svelta e squillante. Altrove invece i Field Music continuano a non brillare a pieno, come in "17", percussioni incisive e reiterate, mood degli ultimissimi Mercury Rev ed evoluzione del pezzo un po’ troppo prevedibile e come nel singolo, la catchy e corriva "You Can Decide".

Dunque alla fine il disco convince a metà. E’ comunque consigliabile per la sua freschezza e leggerezza, per la sua spigliatezza e, diciamolo, anche per il talento della band. Purtroppo però, il consiglio è limitato più che altro agli amanti del genere. Gli altri si segnino comunque il nome, che in chiave futura potrebbe regalare sorprese positive.

(01/03/2006)

  • Tracklist
  1. If Only The Moon Were Up
  2. Tell Me Keep Me
  3. Pieces
  4. Luck Is A Fine Thing
  5. Shorter Shorter.
  6. It's Not The Only Way To Feel Happy
  7. 17
  8. Like When You Meet Someone Else
  9. You Can Decide
  10. Got To Get The Nerve
  11. Got To Write A Letter
  12. You're So Pretty
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