Jesu

Silver Ep

2006 (Neurot) | industrial

Dopo le eccellenti produzioni dell’anno scorso (l’Ep "Heart Ache" e l’album omonimo), l’attesa concernente il nuovo lavoro di Justin K. Broadrick a firma Jesu era più che giustificata.
Reduci da un’imponente sfilza di esibizioni dal vivo (con i Pelican), i Jesu (Broadrick voce, tastiere e chitarre, Diarmuid Dalton al basso e Ted Parsons alle percussioni durante i concerti e nel brano "Silver") scelgono questa volta la Neurot Recordings, etichetta di punta del panorama postcore , per la loro terza uscita ufficiale. E dopo un full-length album , Broadrick opta per una soluzione breve confezionando una sorta di prequel al nuovo disco, attualmente in lavorazione, previsto per novembre.

I quattro movimenti di "Silver" vivono di alterne fortune.
La title track, l’unica traccia a mantenere un collegamento con l’eponimo del 2005, riflette i cambiamenti apportati da Broadrick alla sua poetica: catechizzare cioè il debordante wall of sound in una forma-canzone vera e propria, filtrando poche gocce delle maestose suite precedenti in composizioni in maggior misura fruibili e orecchiabili.
Le melodie si confermano quali coordinate principali per orientarsi nel caos sonoro, ma questa volta sembrano distinguersi più comodamente lungo texture meno potenti e incisive di quelle ammmirate in "Your Path To Divinity" o "Tired Of Me".
L’indecifrabile scrigno nostalgico di Broadrick perde il suo fascino criptico per modularsi in strutture assolutamente accessibili. Laddove, però, i motivi di "Jesu" riuscivano a erigersi come sacrali monoliti in nome di un mistico credo panico, in "Silver" l’ex-Napalm Death tesse melodie meno originali ed eteree, prive ossia di quella solennità religiosa che aveva caratterizzato le piattaforme sonore dei dischi precedenti.

L’unico tema della title track (invero abbastanza convincente e sicuramente la migliore canzone del lotto) viene ripetuto sotto forma di loop ipnotico alla stregua di "Friends Are Evil", ma con uno sviluppo emotivo diverso, lontano dalle marce industrial e astrali di "Man/Woman" o dagli ambienti frammentari di "Sun Day".
La trama si trascina gonfiandosi ritmicamente di tensioni e paure, senza tuttavia raggiungere mai lo straordinario pathos dell’album precedente, che proprio nel maelstrom titanico delle chitarre distorte stanava la propria sfuggevole identità.
Ciononostante, "Silver", dopo numerosi ascolti, riesce in ultima istanza a configurarsi come la logica prosecuzione delle ritmiche ossessive e paranoiche dell’eponimo, con la sostanziale differenza di un’apertura totale nei confronti di quella speranza, di quella luce divina che nel recente passato stentava a fare breccia nell’abisso miltoniano di Broadrick.

Cambio di scena nella successiva "Star", dove i mutamenti diventano macroscopici. Abbandonate le nenie tenebrose e disperate (soltanto in parte recuperate nel brano "Silver"), i Jesu, inaspettatamente, virano alla volta di territori ancora più rassicuranti e confortevoli, con una costruzione rock vagamente anni 90 (il pezzo non risulterebbe alieno in un album degli Smashing Pumpkins o dei Cure), con tanto di assoli di chitarra e liriche ben lungi dalla violenza retroattiva dei Godflesh o degli Head Of Davis.
Un episodio alquanto imbarazzante che la successiva "Wolves" non riesce a far dimenticare. Qui il riferimento è per la creatura di Trent Reznor (una strana unione tra la malinconia di "Still" e il disfattismo di "With Teeth"), ma "Wolves" non mantiene la proporzione stilistica dell’ottima drone-music esibita in "Jesu", nonostante il buon uso dell’elettronica e i momenti mantrici che a folate investono la composizione. Manca la circolare apoteosi di "Walk On Water" e in generale quella materia oscura e impenetrabile che plasmava le pareti dei baratri inintelligibili del debut album.
L’incredibile ed eccessiva accelerazione evolutiva che Broadrick aveva impresso con grande personalità al suo progetto subisce improvvisamente un depauperamento sotto ogni aspetto. Sembra quasi che dopo aver oberato di idee e soluzione la matrice, adesso Justin tenti di rimuovere, di denudare i possenti edifici sorti intorno al gorgo arcaico.
Operazione che prosegue con la strumentale "Dead Eyes" che ricapitola quanto detto e che non aggiunge nulla a questa mezz’ora di Jesu, a parte un excursus elegiaco che lascia immaginare, proprio come in "Silver", un futuro cosparso di moti ottimistici, un ulteriore approccio elettronico, probabilmente maturato dall’altro progetto coevo del chitarrista, il doppio album "3" marcato Final (sempre edito dalla Neurot), e una variazione atmosferica (intorno i 4 minuti e 20), che suona forse fuori luogo.

Tre dischi in meno di diciotto mesi e un lungo tour sfiancherebbero chiunque, e il Broadrick di questo Ep sembra fisiologicamente patire un biennio vissuto pericolosamente.
L’estrema prolificità a volte comporta insoliti effetti collaterali e "Silver", pur nella sua fattura complessivamente interessante, perde il confronto con il suo illustre predecessore per uno scarto scopico di natura concettuale. Ne deriva una raschiatura sproporzionata rispetto il prodigioso pantheon magmatico che Justin aveva indagato con spietato sguardo agnostico.
Title track (in parte) esclusa, "Silver" si grava di interpolazioni estranee al corpus sensibile dell’ex-Godflesh, versando, alla fine, poco o nulla dell’irraggiungibile dolore esorcizzato in precedenza.
Una prova incolore, che tuttavia non scalfisce la statura di questo artista.

(07/05/2006)

  • Tracklist
  1. Silver
  2. Star
  3. Wolves
  4. Dead Eyes
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