Tullycraft

Every Scene Needs A Center

2007 (Magic Marker) | indie-pop, punk-pop, bubbluegum

Nello stesso anno in cui la morte di Kurt Cobain segnava la fine dell’era grunge, Seattle registrava la nascita di una piccola band indipendente che si sarebbe presto affermata come punto di riferimento chiave per la giovane scena twee-pop nazionale, raccogliendo l’eredità dei formidabili Beat Happening. Il cantante e bassista Sean Tollefson e il batterista Jeff Fell avevano già suonato insieme nei Crayon, gruppo noise-pop seminale originario della cittadina universitaria di Bellingham come Death Cab For Cutie e Poisies. Con l’ingresso in formazione della vocalist Jenny Mears nel 2002, i Tullycraft hanno trovato l’elemento che mancava alla loro formula per essere davvero vincente. Il loro quinto album a referto, “Every Scene Needs A Center”, mantiene le eccellenti promesse del precedente lavoro, il celebrato “Disenchanted Hearts Unite”.

 

Se siete generalmente benevoli nei confronti dei dischi pop ariosi e zuccherini, con perentoria caratterizzazione di genere e enfasi a tutta sui relativi stilemi, questa nuova fatica degli statunitensi potrebbe fare al caso vostro. E’ vero però che le canzoni qui raccolte pretenderanno qualcosa da voi. Quando si parla di musica di questo tipo è fondamentale – sarà superfluo ribadirlo ma lo facciamo lo stesso –  partire con la giusta disposizione d’animo: un concentrato di curiosità positiva e leggerezza, col sovrappiù di una buona dose di pazienza. Senza questi strumenti è pressoché impossibile apprezzare fino in fondo canzoni così sfacciatamente frivole e dolciastre da sembrare davvero fuori tempo massimo, senza appelli: si rischia sul serio di uscirne storditi o di cavarsela, nel migliore dei casi, con un bel bagno di noia. Volendo spezzare subito una lancia in favore della band di Seattle, dobbiamo ammettere che mai la sua proposta era parsa tanto variegata e ricca, con brillanti sortite al di là della rigida etichetta per esplorare nuove possibilità stilistiche, incroci bizzarri tra linguaggi musicali distanti oltre al piacere dei repentini cambi d’abito.

 

Il pop alla saccarina resta il terreno prediletto come ben testimoniato dall’allegra scorribanda di “Fangs On Bats”, con la sua chitarra acidognola, i suoi coretti assassini e l’immancabile handclapping: quasi una rivisitazione dei Ramones o dei Buzzcocks in salsa twee, ci si perdoni l’apparente bestemmia dell’accostamento. Se la partenza dell’album è piuttosto pesante, coi due singoli da battaglia e una manciata di altri episodi che non rinnegano neanche una virgola della formula matematica del genere, dopo la graziosa “Clique At Night Vandals” l’effetto saturazione viene scongiurato da un filotto miracoloso di azzeccatissimi diversivi. Il breve passaggio malinconico di “The Lonely Life Of A UFO Researcher”, adagiato su uno sfondo morbido di elettronica minimale che riporta direttamente ai Mercury Rev più quieti, è una parentesi notturna che non ci si aspetterebbe di trovare in un contesto simile. Non meno straniante è l’incontro col synth-pop frammentario e giocoso della successiva “A Cursed Miss Maybellene”, contraddistinto da buffi organetti colorati che fanno tanto Casiotone For The Painfully Alone.

 

In “If You Take Away The Make-up” accenni quasi country-western incontrano la svenevolezza del bubblegum: un mix frastornante che può essere fatale agli ascoltatori meno avvezzi a queste sonorità. A stretto giro di posta, “Misgiving”  sembra volersi presentare come migliore outtake possibile dell’ultimo dei Brunettes, non fosse che i Tullycraft suonano più disimpegati e meno affettati della band di Jonathan Bree. E’ indie-pop cristallino e di squisita fattura questo, tra aperture sixties non esasperate, chitarre ben dosate e impasti vocali assolutamente riusciti.

 

Difficile decifrare la scelta dei due singoli scelti per il lancio dell’album, considerando che in termini generali risultano inferiori a molti altri brani di “Every Scene Needs A Center”. Forse il gruppo e la label hanno optato per una soluzione che garantisse la migliore continuità con quanto pubblicato in passato e, almeno in termini di fedeltà alla propria cifra, bisogna riconoscere che “The Punks Are Writing Love Songs” e “Georgette Plays A Goth” erano forse i titoli più indicati tra i quattordici a disposizione. Canzoni dall’andatura veloce e sbarazzina, prossime al parossismo a livello espressivo ma assai meno banali di quanto lascino intendere, le due battistrada spingono alle estreme conseguenze l’effetto caricatura che il power-pop e il twee si portano inevitabilmente dietro, ma palesano comunque un eccelso lavoro vocale e strumentale che le rende una sorta di “punta dell’iceberg” per un disco realizzato in modo impeccabile da molti punti di vista. La prima, in particolare, abbonda di riff al caramello e coretti perfetti, può infastidire per i suoi vezzi catchy un tantino appiccicosi e irrimediabilmente demodé, ma resta travolgente nonostante il (o grazie al) suo scoperto anacronismo.

 

Se si esclude il gradevolissimo divertissement di “Bored To Hear Your Heart Still Breaks” (una filastrocca a là Eels che si infrange su un muro di armonie tweester) e le già citate variazioni della parte centrale, il meglio è collocato in conclusione alla scaletta, quasi come premio per gli ascoltatori più coriacei e indulgenti. La frizzante “The Neutron” vale da sola la fiducia, rivelando la piena maturità di una scrittura che per i Tullycraft non è mai stata tanto equilibrata ed efficace: un passaggio tutto chitarrine e cori melodiosi, incredibilmente gioioso, estivo, in una parola, irresistibile. L’easy-listening architettato dalla band di Seattle si mantiene su livelli memorabili fino alla fine, recuperando la veste sintetica per poi lacerarla con una scintillante chitarra twangly e un basso saltellante (“One Essex Girl”), oppure imbandendo un’ultima tavola a base di immacolate armonie vocali che, per una volta, non presentano controindicazioni pesanti in casi di sovradosaggio (“The Secret History Of Devil’s Paw”).

 

Sugli scudi anche la vivacità di un ritmo pimpante e regolarissimo, con giusto qualche eccezione. Emblematica in tal senso “Dracula Screams Of Tiger Style”, dove le frequenti discontinuità dell’andatura, tra tono raccolto (voce, piano e violino), scherzo frenetico e rarefatto synth-pop in tonalità pastello, confermano le credenziali di un gruppo abilissimo anche alle prese con registri molto diversi. Velocità di crociera decisamente più tranquilla nel delicato finale di “We Know You're Cute, You Told Us”, ideale come sottofondo rilassante dato il suo tono di carezzevole ninnananna per inguaribili indie-poppers.

(26/07/2019)

  • Tracklist
  1. The Punks Are Writing Love Songs
  2. Fangs On Bats
  3. Georgette Plays A Goth
  4. Bored To Hear Your Heart Still Breaks
  5. Clique At Night Vandals
  6. Dracula Screams Of Tiger Style (Parts One & Two)
  7. The Lonely Life Of The UFO Researcher
  8. A Cursed Miss Maybellene
  9. If You Take Away The Make-Up (Then The Vampires They Will Die)
  10. Misgiving
  11. The Neutron
  12. One Essex Girl
  13. The Secret History Of Devil's Paw
  14. We Know You're Cute, You Told Us








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