Tale è la varietà di gusti, di suoni, di sensazioni che si incontrano ascoltando "Cue" che anche la più banale etichetta risulta, se non sbagliata, quantomeno fuorviante.
Nell'approccio a questo disco non si badi quindi tanto a etichette e generi, quanto alla sostanza. Sostanza che, a dire il vero, è piuttosto scarsa. Nell'imbattersi in tracce come "Dim Star" si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a note, colori e paesaggi già visti. "Contact", coi suoi andamenti electro-glitch in odore di downtempo, è degna degli ultimissimi repertori dei Thievery Corporation. Il pianoforte di "Floating Tone" tratteggia trame stanche e desolate, in un moto continuo e perpetuo. E pensare che l'incipit del disco ("On"), di floydiana memoria, col suo incedere di trame sintetiche sorrette da un beat tenue e robotico, faceva davvero ben sperare.
Peccato che la piacevole fluidità della prima traccia non venga replicata nella sua tiepida bellezza nelle successive. Perchè, se anche "Roomsound", interessante esperimento sonoro in bilico fra kosmische musik e Kraftwerk, è salvabile, il resto risulta davvero borioso e autoreferenziale. Un continuo ripetersi di suoni e clichè che, sebbene possano risultare anche piacevoli per certi appassionati della musica ambientale, risultano in realtà triti e ritriti, senza verve né inventiva.
I fluidi di Cue si muovono con lentezza esasperante, fra bollicine e accenni electro-jazzy. Ma è davvero musica già ascoltata. Tant'è che parlare di retrogarde non sarebbe poi così sbagliato.
22/10/2007