Andrew Pekler è uno di quei nomi che potevano emergere soltanto dal sottosuolo tedesco, dove ancora lavora dopo un’infanzia americana e un’origine uzbeka che aleggia sul suo immaginario. Dopo un esordio in salsa nu jazz (“Station To Station”, 2002), la sua ricerca ha iniziato ad attingere a materiali preesistenti e a parentesi elettroacustiche, come dimostrato dall’ottimo “Sounds From Phantom Islands” del 2019, di cui questo “New Environments & Rhythm Studies” è a tutti gli effetti un erede.
La libreria da cui pesca è esotica, ma trasfigurata in qualcosa di straniante, avvolta da orpelli glitch e acusmatici: tra canti di uccelli digitalizzati e reminiscenze tribali, Pekler mette in scena il rituale che più lo contraddistingue, sintetizzatori ridotti all’essenziale, percussioni sottili e soprattutto nature recording.
I sei “Rhythm Study” funzionano come intermezzi percussivi post-minimalisti, evocando maestri come O Yuki Conjugate o Steve Roach. L’album erige scenari terreni e alieni: gli ingredienti ideali per una tribal ambient vicina a Forrest Fang, filtrata attraverso una lente di spaesamento geografico. Da dove provengono i suoni? Dove ci troviamo?
L’unico appunto è la brevità: escluse le parentesi percussive, i brani oscillano tra i tre e i cinque minuti, durate che in un contesto soundscape non sempre bastano a far scattare l’incantesimo. Non si raggiunge l’intensità delle meraviglie fourth world di Jon Hassell; eppure il risultato è un’opera affascinante e curata, che conferma Pekler tra gli sperimentatori più interessanti in circolazione.
15/08/2025