E’ una Svizzera che puzza di whiskey e nafta quella da cui sbuca il reverendo Beat-Man, bizzarro esponente dalla tradizione degli one-man band del rock’n roll, facente capo al patriarca psychobilly Hasil Adkins, che sul vecchio continente non ha mai messo radici, o almeno così si è soliti credere.
A suo tempo infatuato anche dal wrestling, il nostro uomo non perde il viziaccio del garage-blues, della peccaminosità e delle pulzelle campagnole di facili costumi per mettere su disco la giostra roots-rock che t’aspetti, tra voodoobilly crampsiani (“I Wanna Know”, ma anche l’iniziale “The Clown Of Town”) con una voce che sta in mezzo a Joe Strummer e il Beefheart licantropo, ed è quest’ultima inflessione a prevalere, malevoli carillon per banjo e batteria (“I’m Happy”, nulla a che vedere all’omonimo pezzo di Adkins), pause di riflessione per banditi sentimentali alla frontiera (“Coco Grace” con le sue inflessioni tra tex-mex e flamenco), rocciose train-song (“Jesus Christ Twist”, “Another Day Another Live”) e parentesi da offuscata canzone d’autore che tradisce le origini del performer (“Meine Kleine Russin”, in tedesco, pare sbucata dal repertorio di Kurt Weill).
Ennesimo allievo di una scuola che non morirà mani, ma è pure quasi sempre restia all’innovazione. Onesto ma senza picchi, di certo non imprescindibile, ma comunque simpatico.
02/11/2007