Se accettate un consiglio, prima di avventurarvi nelle ombrose contrade dell'esordio discografico dei britannici iLikeTrains, procuratevi una sedia, possibilmente comoda. Una sedia e anche un paio di occhiali. La luce, infatti, è piuttosto fioca, se non completamente assente, ma da leggere (e studiare) c'è molto, forse anche troppo.
Il gruppo di Leeds, distante svariate galassie dal pop-rock navigato e marpione di consolidati animali da classifica come i concittadini Kaiser Chiefs e Pigeon Detectives, non è propriamente un nome nuovo, le orecchie più attente avranno di sicuro già captato infatti i riverberi emanati dal mini-album "Progress Reform", edito dalla Fierce Panda qualche mese fa. E già allora era stato messo prontamente in evidenza il legame di questa formazione con i maggiori vessilliferi del cosiddetto "post-rock": Mogwai, Explosions In The Sky, Godspeed You! Black Emperor e Sigur Rós (dai quali hanno peraltro preso in prestito il produttore Ken Thomas).
A dire il vero, assecondando il solito bieco gioco delle somiglianze, il riferimento che subito viene in mente, già a un primo ascolto, è quello con i Tindersticks (gruppo tanto monumentale quanto poco celebrato, che si cita sempre con grande piacere, a maggior ragione in questi giorni in cui la Island dà alle stampe una doppia raccolta di sessioni radiofoniche per la Bbc ).
La timbrica scura e baritonale del cantante e compositore David Martin (esimio esponente di quella categoria di artisti "Quando ero piccolo i miei compagni prepotenti mi rubavano i giocattoli") contiene più di un significativo richiamo alla grande voce di Stuart Staples, e un potenziale evocativo di poco inferiore. La cornice sonora non è del resto molto distante.
Ma la cosa che più sorprende e incuriosisce è senz'ombra di dubbio la spiccata matrice letteraria e la tutt'altro che superficiale erudizione storica che sta alla base della ricerca e della proposta musicale di questo quintetto (che ama così tanto i treni da indossare durante i concerti la divisa ufficiale della British Rail).
Per dire: in "Twenty Five Sins" si racconta dell'incendio che colpì Londra nella seconda metà del Seicento (e ogni riferimento indiretto agli attentati terroristici londinesi del 2005 non è puramente casuale), in "We Go Hunting", invece, il racconto ruota attorno al tema sempre molto attuale delle caccia alle streghe (quelle vere, s'intende), mentre in "Death Of An Idealist" si ripercorre le vicenda invero paradossale di un parlamentare inglese che si finge morto per evitare di pagare i suoi debiti e così via.
La domanda fondamentale che sorge pressoché spontanea è se questo concetto dia i suoi frutti in termini strettamente musicali. Sì e no. Le composizioni di questo gruppo sarebbero più che perfette per accompagnare Carmelo Bene che legge qualche estratto dalle "Confessioni di un oppiomane" di Thomas de Quincey mentre il mondo va in pezzi, o per sonorizzare un film muto di produzione sovietica degli anni Venti o ancora come sottofondo a un qualche tipo di videoinstallazione di Egon Schiele (se ne esistessero). Trattasi, infatti, di una collezione di interminabili monologhi (anzi: soliloqui) e litanie sussurrate in punta di lingua, che tendono quasi subito a richiudersi in un rituale liturgico piuttosto rigido e ripetitivo, avvolto da coltri spesse di fumo impenetrabile e sporadicamente acceso da qualche progressione di scuola post-rock o lieve increspatura.
Dopo aver strofinato per bene le chitarre sull'asfalto di una personale Berlino dell'anima (memore tanto di Lou Reed quanto di Nick Cave), gli iLiketrains edificano così un'oppieria densa di riverberi e fugaci apparizioni fantasmatiche, nella quale a tratti è piacevole perdersi, sebbene la nausea (in senso "sartriano") e l'odore di chiuso tendano a volte a prendere il sopravvento.
La magniloquenza di "We Fall Down" apre i rubinetti delle chitarre fino a lasciarsi allagare del tutto da se stessa, "Twenty Five Sins" vive di attese e rotea su una trama di tensioni sottili sul punto di collassare, premendo contro soffitti sempre più bassi e chiudendosi poi nel proprio intimo logorio senza sbocchi. Buona anche "The Deception", con il suo tratteggio pointilliste di chitarra e un piglio più pacato e descrittivo.
Il resto del programma prosegue sullo stesso binario, con composizioni molto dilatate e in fin dei conti piuttosto monotone, permeate da un pessimismo insistente che ci tiene a ricordarci a ogni pié sospinto che siamo già tutti quanti morti e che qualcuno è probabilmente più morto di altri, secondo la grammatica usuale di un spleen ben coltivato e vagamente fascinoso.
Certo, a questa musica perennemente vestita del nero del suo lutto cosmico va comunque riconosciuto uno spessore culturale significativamente superiore alla media dei prodotti indie attuali – e un pezzo notevolissimo come "Death Is The End" (sigh!) non è esattamente alla portata di tutti da un punto di vista lirico e compositivo – ma arrivare alla fine del disco senza afferrare un rasoio arrugginito per tagliarsi la gola, dopo aver acceso il gas e chiuso tutte le finestre, è impresa assai ardua.
20/11/2007