Stateless

Stateless

2007 (!K7 Records) | alt-pop

Che cosa rende un disco degno di essere vissuto? Tanti elementi insieme, in realtà, ma le note che di solito restano sono quelle che si avvinghiano a volti, odori e stagioni, a tutti gli indefinibili dettagli che appartengono a un particolare momento, e a quello soltanto.Sembra trascorso un secolo da che i Radiohead davano alle stampe “Ok Computer”, con ciò istituzionalizzando nel pop, ma soprattutto nelle classifiche, umori composti di quelle vivide malinconie che fortemente incisero sulla seconda metà degli anni 90; spleen esistenziali che poi, addolciti, hanno dato il benvenuto al nuovo millennio con quel gioiello che fu “Parachutes”, il celebrato debut-album dei Coldplay.
Negli anni 90, sempre in Gran Bretagna, un nugolo di nuovi artisti studiava soluzioni per mettere insieme l’hip-hop, il soul, la musica da club e il pop. Ne uscì uno stile, il trip-hop, che ebbe tra i suoi alfieri Tricky, i Massive Attack, e i Portishead. E furono soprattutto questi ultimi, di quel movimento, ad avvicinarsi con il loro umbratile sound a stilemi in qualche modo riconducibili al pop d’ascolto. 

E’ da queste coordinate che prende forma la musica degli Stateless: dall’air-bag al paracadute, solcando i cieli annuvolati delle rielaborazioni hip-hop, “Stateless” è un atterraggio morbido fra paesaggi sonori rigogliosi eppure non privi di una patina di sfocata nostalgia. Il tutto avviene, pensate, con la benedizione di DJ Shadow, vero mèntore della band che affrontò temi qui confinanti coi primi UNKLE, fra i cui special-guest figurò anche Thom Yorke: nell’ottica dei corsi e ricorsi, non è un caso che proprio l’ugola di Chris James, front-man degli Stateless e per molti versi debitore del leader dei Radiohead, sia presente in due brani dell’ultimo album del produttore disc-jockey britannico. 

Ma liquidare James come un epigono e relegare il gruppo fra i derivativi tout court sarebbe un errore troppo grossolano (il medesimo in cui molti incapparono con i Coldplay), giacché il disco si rivela oltremodo personale, come potrebbe esserlo un luogo familiare osservato da una prospettiva che ne fa intravedere nuove e sorprendenti sfaccettature.
Saranno le partiture ritmiche sì codificate ma complesse e svincolate dalle linee melodiche, saranno le stralunate cesellature orchestrali che ne animano i movimenti, o quell’aura di delicato intimismo di cui sono intrisi, fatto sta che è arduo non rimanere ammaliati dai dieci pezzi che compongono questa collezione. Da “Prism #1” col suo arrampicarsi a tempi dispari su scale di pianoforte che conducono a irresistibili struggimenti vocali, da “Exit” che con la sua ritmica indolente e fragorosa lascia campo aperto a un inatteso ritornello solare, dal trip-hop cristallino di “Bloodstream” e dal suo tema che farà mordere le mani a Chris Martin. 

Che dire poi dell’immacolata tensione di “This Language”, il cui passo si spezza su una fagocitante trama d’archi che innerva un drummingdi pura scuola Anticon, di quell’autentico tributo al sogno che è “Running Out” e del crepuscolare amplesso che nasce e muore nei sette minuti di “Inscape”? Non materiale ordinario, ma anzi dieci canzoni in grado di scavare nell’intimo e di suscitare sincera emozione.

Canzoni per l’anima, appunto, ripiegate come sdraio al tramonto sulla spiaggia, le cui ombre s’allungano trasfigurate dai tenui raggi sole, e il vento a farle vibrare. Pure evocazioni melodiche, rifrazioni che colpiscono spostando voci e rumori un po’ più in là, lasciando il campo aperto a quel che ancora di intonso rimane del nostro stupore.

(10/07/2007)



  • Tracklist
  1. Prism #1 
  2. Exit 
  3. Bloodstream 
  4. This Language 
  5. Down Here 
  6. Radiokiller 
  7. Running Out 
  8. Crash 
  9. Bluetrace 
  10. Inscape 
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