Woelv

Tout Seul dans la ForÍt en Plein Jour, Avez-Vous Peur?

2007 (K records) | avant-folk

Deve esser stato un vero dramma per la signora Elvrum, all’anagrafe Geneviève Castrée, fuggire dal candore della propria terra per amore, rifugiarsi in una città, Seattle, dove a regnare è solo il grigiore dei grattacieli, e ritrovarsi in un batter d’occhio in una nazione, gli States, in cui i bollettini di guerra caratterizzano ormai solo le terze/quarte rubriche dei notiziari. La  tragedia (?) di trasferirsi nella superpotenza è stata così grande da ispirare le cronache di un disco, il secondo, che non esitiamo a benedire come il suo primo vero e proprio capolavoro cantautorale.
Il bianco e immacolato Quebec le avrà sicuramente insegnato a percepire l’essenza delle piccole cose sotto un’altra prospettiva, un po’ come capitava alcuni decenni fa ad Arundhati Roy nel suo lungo soggiorno amoroso in Inghilterra, prima del fatidico ritorno in India.
Difatti, Geneviève disegna, scolpisce, compone, produce Arte appena muove un dito, insomma: è pur sempre la moglie  di Mr. Microphones. Non è un caso, quindi, che Phil Elvrum suoni praticamente di tutto nel disco, così come non mancano svariati momenti in cui il sospetto di una sua diretta penetrazione nella composizione dei pezzi sia da considerarsi più che fondato.

Ad un primissimo impatto la musica di Woelv appare sconnessa, priva di riferimenti concreti, sorta di culla ideale dalla quale cercare di esclamare a voce bassa le proprie paure, le angosce irrisolte, la reprimente nostalgia che non vuole saperne di andare via. “Tout Seul dans la Forêt en Plein Jour, Avez-Vous Peur?” è un aspro coagulo di timori repressi, la graziosa fanciulla cerca di ipotizzare un nuovo modello di folk dimesso, dove le implosioni sensoriali del proprio stato d’animo trovano rifugio in accordi tremendamente instabili. I cori angelici, squillanti ne delineano i frastagliati percorsi, tracciando una mappatura che assomiglia più che altro a un labirinto settecentesco inglese dagli alti cipressi.

C’è un fascino, a tratti clamorosamente atonale, che seduce, e non poco.

Senza soste l’artista canadese imbastisce una danza inquieta di screpolature avant-folk degne dei migliori Microphones (ci risiamo), ugule sanguigne che richiamano per brevissimi istanti i conati acidi della miglior Renate Knaup-Krotenschwanz (“La Petite Cane Dans La Nappe De Pétrole “), impreziosite, qua e là, da un riverbero costante di pungente sensualismo tribale, prima che tediosi frastuoni elettrici ricollochino il tutto nell’odierno decennio.
Curiosa l’idea di tradurre i testi in svariate lingue all’interno del bellissimo book del disco, interamente dipinto dalla stessa  Castrée, quasi a rimarcare l’universalità del sentimento anti-violenza scaturito in questi ultimi anni un po' in tutto il globo.
Le grida tenebrose di “La Mort Et Le Chien Obèse” ricalcano con forza questo concetto, sospinte nei vari passaggi da una tristissima linea di basso. Altro elemento da non trascurare è l’utilizzo della lingua francese, perfetta per esprimere al meglio le inquietudini emozionali della canadese. D’altronde, il suo non è nient’altro che un moderno cabaret folcloristico, teso a sedurre quei pochi seguaci sparsi nel mondo.

A chiudere l’opera è “L' homme Qui Vient De Marcher Sur Une Mine”: dodici minuti di field recordings tratte ai bordi di un aeroporto. Raffigurazione/trasfigurazione emblematica di quel desiderio mai celato di fuggire via, lontano, verso un nuovo mondo, privo di cotanto male bellico, lo stesso che vorremo vivere tutti noi assieme alla dolce Geneviève, e non ce ne voglia il buon Phil.

(18/01/2008)

  • Tracklist
  1. Drapeau Blanc
  2. La Fille Qui S'est Enfermée Sans La Salle De Bains
  3. (réconciliation)
  4. Deux Coqs
  5. La Petite Cane Dans La Nappe De Pétrole
  6. Au viol!
  7. (arrogance)
  8. La Mort Et Le Chien Obèse
  9. Sous Mon Manteau
  10. Sang Jeune
  11. L' homme Qui Vient De Marcher Sur Une Mine
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