Joseph Arthur & The Lonely Astronauts

Temporary People

2008 (Lonely Astronaut) | pop-rock

L’assassino, si sa, torna sempre sul luogo del delitto. Un anno fa, Joseph Arthur, dopo un decennio da songwriter solista, aveva deciso di presentarsi nell’inedita veste di frontman di un gruppo rock nel senso più classico del termine, i Lonely Astronauts. Il suo primo disco con i nuovi compagni d’avventura, “Let’s Just Be”, aveva collezionato però una serie di stroncature senza appello.
A quanto pare, Arthur non ha accolto con spirito molto autocritico i giudizi negativi ricevuti: basti pensare al modo con cui, nelle sue “Notes From The Road” (il diario che da anni raccoglie le sue riflessioni in forma poetica), si è scagliato contro il “Boston Globe”, reo di avere bollato il disco come “selvaggiamente incompiuto”.
Dall’inizio di quest’anno, Arthur ha sfoderato una serie di ben quattro Ep solisti che, nonostante qualche momento di evidente calo, sono riusciti a riportare in auge le sue quotazioni di songwriter. Ma al momento di ripresentarsi sulla lunga distanza, non ha saputo resistere alla tentazione di reclamare vendetta: così, eccolo tornare alla guida dei Lonely Astronauts con “Temporary People”, impaziente di riscattare la bocciatura rimediata da “Let’s Just Be”.

Dove il disco precedente suonava istintivo e precipitoso, “Temporary People” sfoggia una maggiore cura e ponderazione. Le asperità garage vengono smussate, la trama dei brani si arricchisce di dettagli: merito anche dell’inconfondibile apporto dell’organo di Garth Hudson della Band, ospite in quasi la metà delle tracce del disco, oltre che della produzione di Kenny Siegal. Ma non basta per fare di “Temporary People” un disco all’altezza del passato del songwriter americano: i Lonely Astronauts rimangono anche in questa seconda incarnazione una band dai tratti convenzionali e le canzoni scritte da Arthur al loro fianco continuano ad apparire scontate.
Il nucleo centrale dell’album pulsa intorno ad un pugno di vigorose ballate elettroacustiche, già ampiamente rodate dal vivo, da “Drive” a “Sunrise Dolls”, passando per la chitarra acidula di “Faith”. Agli opposti estremi, il riff e le movenze alla Mick Jagger di “Winter Blades” riportano al clima di “Let’s Just Be”, mentre la spoglia recitazione di “A Dream Is Longer Than The Night” viene contornata da una frastagliata elettricità. La voce di Arthur è asciutta e graffiante e nello sfogo dylaniano di “Dead Savior” scandisce i versi con tono più beffardo che mai.

“Il titolo dell’album si riferisce alla fragilità della condizione umana, che è il tema di fondo del disco”, afferma Arthur. “Le cose migliori, le più vere, nascono dal bisogno, dalla necessità. Mi sono accostato alla registrazione di questo disco come farebbe un naufrago sperduto in mezzo al mare con un brandello di legno galleggiante”. Un senso di caducità che emerge soprattutto tra le pieghe melodiche dell’addio di “Say Goodbye”, anche se la tensione spirituale dei versi di un tempo si ritrova solo nell’episodio più pop del disco, la frizzante “Look Into The Sky”: “People are hypnotized / Lost in the city of the damned / Dreaming rivers of deceit in life / As they shake one another’s hand”, annuncia Arthur invitando a sollevare lo sguardo. “So don't believe them / Look into the sky and ask for him”.
La title track si colora di pianoforte e controcanti, per poi inasprirsi nel finale: nel video che accompagna il brano, la band suona mascherata nelle sale della galleria d’arte inaugurata da Arthur a Brooklyn per esporre i propri dipinti, in uno scenario che vorrebbe essere quello di una sorta di “Factory” warholiana, ma che rischia di scivolare facilmente nella pretenziosità. I Lonely Astronauts guardano ancora una volta alla lezione del rock anni Settanta, tra le tinte black di “Heart’s A Soldier” e una “Turn You On” con l’organo di Hudson più in evidenza che mai. Ma se “Let’s Just Be” meritava l’insufficienza, “Temporary People”, pur presentandosi maggiormente conciso e focalizzato, non si spinge oltre la soglia della mediocrità.

“There must be twenty-five different people / Living inside me”, proclama Arthur in “Temporary People”. La sindrome da personalità multipla, però, ha i suoi inconvenienti: a dispetto dell’eclettismo, l’Arthur-rocker conferma di non avere stesso talento dell’Arthur-cantautore. Recuperate gli Ep solisti dei mesi scorsi – primo fra tutti “Could We Survive” – e ne avrete la prova.

(09/10/2008)

  • Tracklist
1. Temporary People
2. Faith
3. Say Goodbye
4. Dead Savior
5. Look Into The Sky
6. Sunrise Dolls
7. A Dream Is Longer Than The Night
8. Heart’s A Soldier
9. Turn You On
10. Winter Blades
11. Drive
12. Good Friend
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