Joseph Arthur & The Lonely Astronauts

Let's Just Be

2007 (Lonely Astronaut) | rock

Un conto è cercare di non prendersi troppo sul serio, un conto è rischiare di trasformarsi nella parodia di sé stessi. Dopo dieci anni di carriera da riflessivo songwriter, Joseph Arthur ha deciso di giocare a recitare la parte del rocker anni Settanta: il clichédelle pose folk da cantautore impegnato, del resto, non ha mai fatto per lui. Ma il problema è il modo con cui ha scelto di lanciarsi in questa nuova avventura, affidandosi a un disco privo di ispirazione come “Let’s Just Be”.

L’ubriacatura di libertà concessagli dal fatto di poter ormai disporre della propria personale etichetta discografica, la Lonely Astronaut Records, sembra aver condotto Arthur a una bulimia compositiva degna del peggior Ryan Adams. E il paragone è tutt’altro che causale, vista la maniera in cui “Let’s Just Be” ricalca i luoghi comuni di un rock dai tratti convenzionali.

Tutto è iniziato alla fine dello scorso anno, quando Joseph Arthur ha raccolto una backing band per accompagnarlo nel tour di supporto al precedente album “Nuclear Daydream”: il gruppo, battezzato Lonely Astronauts, vede alla chitarra e alle tastiere Kraig Jarret Johnson, già componente dei Jayhawks, ed alla batteria Greg “Wiz” Wieczorek, al fianco di Arthur sin dai tempi di “Redemption’s Son” e “Our Shadows Will Remain”, oltre a Jennifer Turner alla chitarra e Sibyl Buck al basso.
Dopo un paio di mesi di concerti, la band è entrata in studio a Los Angeles per registrare di getto oltre ottanta canzoni, una dozzina delle quali sono state subito offerte in download gratuito sul sito ufficiale di Arthur. Se le cose fossero rimaste allo stadio di un pugno di demo dati in regalo ai fan o se si fosse trattato semplicemente di un progetto parallelo, come la band garage-rock Holding The Void messa in piedi da Arthur nel 2002, si sarebbe potuto liquidare il tutto con una scrollata di spalle. Ma il fatto che Arthur abbia deciso di tradurre un progetto del genere in un album vero e proprio, pubblicato a nome “Joseph Arthur & The Lonely Astronauts”, obbliga inevitabilmente a chiedersi se il songwriter di Akron non abbia perso di vista la propria musa.

“L’idea era di registrare tutte queste nuove canzoni direttamente su nastro, usando solo 16 tracce: una sorta di back to basics come registravano gli Stones o Neil Young”, osserva Arthur. Ed in effetti, il suono grezzo e sporco di “Let’s Just Be” è senz’altro la parte migliore del disco, insieme alla consueta accuratezza dell’artwork, che nell’edizione limitata dell’album presenta nuovi disegni originali dell’artista americano.
Il fatto è che, nella maggior parte dei casi, la scrittura dei brani (non a caso firmati a quattro mani in più di un episodio con Kraig Jarret Johnson) è talmente scontata da non sembrare neppure possibile che appartenga davvero alla penna di uno dei migliori songwriter della propria generazione. “Si tratta realmente del lavoro di una band, c’è stata molta collaborazione in studio”, commenta Arthur. Ma il suo evidente desiderio di lasciarsi andare all’eccitante rock ‘n’ roll lifestyle derivante dal sentirsi parte di un gruppo non basta a temperare il giudizio complessivo su “Let’s Just Be”. “L’ho intitolato così”, aggiunge, “perché la filosofia del disco è quella di lasciare che le cose siano come sono”: una giustificazione, questa, che però non riesce a convincere.

Il brano d’apertura, “Diamond Ring”, viene presentato come la miglior canzone che i Rolling Stones non hanno scritto per “Exile On Main Street”, un tributo nei confronti di una band che Arthur non ha mai nascosto di amare, tanto da ricordare che “Tattoo You” è stato il primo disco che ha comprato nella sua vita. Ma qualcuno sentiva davvero il bisogno di questa diligente riscrittura del Mick Jagger dei tempi d’oro?
L’isteria alla Iggy Pop di “Cockteeze” e “Shake It Off” potrebbe andar bene al massimo per qualche gag di un film con Jack Black, mentre lo sferragliante hard-rock di “Good Life” suona sin troppo prevedibile. Così, tra i riff saturi di “Cocaine Feet” e la leziosità di “Precious One”, la scoperta devozione per gli Stones e per il primo Bowie finisce per scivolare nella maniera.

Rispetto ai demo, l’album si distingue per la sostituzione di alcuni brani, ma l’unica differenza che si fa rimpiangere è l’assenza di “Famous Friends Along The Coast”, una delle poche tracce che riscattavano la versione di “Let’s Just Be” messa online da Arthur nei mesi scorsi. E “Lonely Astronaut”, che dal vivo si era fatta notare come una delle migliori composizioni scritte dal songwriter americano negli ultimi tempi, viene immersa in una coda di oltre un quarto d’ora, capace di estenuare con la sua sconclusionata jam session anche il più sfegatato degli ammiratori. “Il titolo è ispirato ad una scena di "2001: Odissea nello spazio" di Kubrick”, spiega Arthur, “quando uno degli astronauti viene lanciato alla deriva nello spazio, destinato a morire nella solitudine più profonda”. Sprecare in questo modo il potenziale di un brano del genere sembra davvero una scelta suicida, oltretutto priva di quella forza eversiva che Arthur vorrebbe attribuirle.

Gli sfocati viaggi psichedelici di “Star Song” e “Spacemen”, che si dice sia stata scritta da Arthur sotto l’influenza allucinogena dei farmaci antimalarici presi in occasione del suo recente viaggio in Uganda, non aiutano a migliorare il risultato. E le cose non cambiano nemmeno quando in “Gimme Some Company” Joseph cede il microfono a Jennifer Turner, accreditata anche come autrice del brano. A salvarsi, allora, sono le atmosfere chiaroscurali delle ballate più consone alle corde di Arthur, da “Lack A Vision” a “Take Me Home”, che non avrebbe sfigurato in un disco come “Redemption’s Son”, fino a quella “Chicago” che era già stata presentata sul palco sin dal 2004.
Lo spirito di improvvisazione estemporanea di “Let’s Just Be”, che Arthur indica come sintomo dell’energia vitale dell’album, può divertire per un paio di brani, dalle mosse disimpegnate della title track fino allo svago loureediano di “Yer The Reason”, ma non riesce a reggere per i quasi ottanta minuti di durata del disco. A questo punto, il fatto che sia già stata ipotizzata la pubblicazione di un secondo disco tratto dalle medesime session suona più come una minaccia che non come una promessa…

Il Joseph Arthur di “Let’s Just Be”, insomma, è davvero una caricatura irriconoscibile. E non certo perché si presenta con una veste diversa rispetto alla sua abituale immagine, ma semplicemente perché sembra abdicare alla propria personalità per ridursi all’imitazione di un rocker come tanti. “Bullshit King”, l’ha apostrofato senza mezze misure Juliette Lewis in una canzone dell’ultimo disco a nome Juliette & The Licks, dedicata a quanto pare alla fine della sua focosa relazione con Arthur, che ha portato la coppia sotto i riflettori del gossip newyorchese. Forse ha ragione lei. Ma noi preferiamo continuare a sperare che si tratti solo di una sbandata passeggera.

(20/04/2007)

  • Tracklist
1. Diamond Ring
2. Good Life
3. Precious One
4. Spacemen
5. Take Me Home
6. Chicago
7. Cockteeze
8. Lonely Astronaut
9. Cocaine Feet
10. Let’s Just Be
11. Shake It Off
12. Lack A Vision
13. Gimmie Some Company
14. I Will Carry You
15.
Yer The Reason
16. Star Song
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