ASCEND - Ample. Fire. Within

2008 (Southern lord)
doom-drone-rock

Da una parte, Gentry Densley, un tempo artefice, con il collettivo Iceburn, di una prodigiosa evoluzione in chiave arty del suono hardcore; dall’altra, Greg Anderson, uno dei personaggi-chiave dell’evoluzione del drone-rock, fondatore degli Engine Kid e dei Goatsnake, ma anche collaboratore del progetto Sunn O))) e, soprattutto, gestore dell’etichetta Southern Lord. Un incontro da leccarsi i baffi, insomma…

L’attesa era, dunque, alta per “Ample. Fire. Within”, primo parto degli Ascend che, naturalmente, sposa in pieno la tradizione doom/drone-rock, con l’intenzione, però, di spingersi in territori poco ortodossi. Intenzioni, per l’appunto, perché una volta esauritisi, i cinquantaquattro minuti scarsi del disco non mostrano nient’altro che una sorta di attaccamento piuttosto reazionario agli stilemi del genere. Non bastano, infatti, certe infiorescenze jazzy o alcune sfumature noir a farci gridare al miracolo, così come molta carta stampata ha fatto negli ultimi giorni… magari turandosi le orecchie dinanzi alle evidentissime carenze compositive del duo. Resta l’amaro in bocca, certo, ma bisogna pur essere obiettivi, constatando che su questi territori altre band si sono mosse e si muovono con ben altra ispirazione.

D’altra parte, qualcosa lo avevo subito intuito già con lo svolgimento tutt’altro che originale dell’iniziale “The Obelisk of Kolob”, nonostante il trombone di Steve Moore e le movenze da kolossal. La title track fa un po’ meglio, aprendo con accordi in dilatazione prima di esplodere fangosa come da copione, rilasciando, poi, esalazioni ambientali e panneggi in chiaroscuro oltre cui le voci intonano una sorta di mantra liturgico.

Sono brani che cercano la contrapposizione di stati emotivi e il susseguirsi di implosioni/detonazioni senza, tuttavia, possedere, che ne so?, le fattezze profondamente epiche che furono dei primi Harvey Milk. In fin dei conti, allora, il brano migliore è proprio quello che va a cercare altrove (ma proprio altrove…) gli ingredienti per rendere la formula meno prevedibile: i Birthday Party al ralenti di “Divine”, tra tocchi di piano elettrico e liquide fenditure umorali. Non male, d’altra parte, anche la marcia imponente di “V.O.G.”, cui quel recitato sonnambulo conferisce un bel tocco di mistero, rendendo meno “invasiva” l’ascendenza Sleep-iana.

“Her Horse Is Thunder” mette in campo, invece, un lavoro di chitarra più scopertamente Hendrix-iano, mentre intorno volteggiano nebulose di wurlitzer e qualche tonfo à-la Earth scuote il pavimento. Connotati enigmatici possiede, infine, “Dark Matter”, un demoniaco cerimoniale che, comunque, promette più di quanto riesca a mantenere.

Come gran parte del disco, in fin dei conti.

15/10/2008

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