Cold War Kids

Loyalty To Loyalty

2008 (Vertigo/ Coop) | blues-rock

Dopo un esordio brillante come “Robbers & Cowards” (2007), attendevamo trepidanti  i Cold War Kids al varco del secondo album e il quartetto di Fullerton (California) non tradisce le aspettative, anzi rilancia la sfida, sparigliando le carte in tavola, o meglio rovesciando l’intero tavolo da gioco, attraverso un approccio ancora più viscerale ed emotivamente irrisolto rispetto al passato.

Il disco nuovo veste i panni laceri e malconci di un blues metallico e volutamente scheletrico, denutrito, a tratti ascetico (la matrice religiosa è del resto sempre stata molto forte nel gruppo, sin dall’inizio, e legata a doppio filo con la storia anche personale dei suoi membri). Un blues moderno e antico, adagiato su strutture nude e ipnoticamente iterative, come una preghiera autoflagellante di perdono e impossibile redenzione, messa al servizio dell’allucinato e convulso storytelling del cantante e pianista Nathan Willet. Impressionate, ancor più che sul disco precedente, l’abilità del batterista Matt Aveiro, capace di comporre dei veri e propri soliloqui vibrati in punta di bacchette, intessendo (si ascolti la favolosa “Welcome To Occupation”) una ragnatela densa di riverberi e mobilissime rifrazioni poliritmiche, che vanno a integrarsi alla perfezione con la vocalità scheggiata e contundente (in bilico tra Thom Yorke, David Byrne e Jeff Buckley) di Willet.

L’impasto sonoro presenta nel complesso un appeal molto classico, polveroso, per certi aspetti assimilabile al filone revisionista di nuove band americane come Band Of Horses, Two Gallants, Midlake, My Morning Jacket, tutte in vario modo interessanti, ma le movenze dei Cold War Kids tendono a essere nel complesso molto più ispide e graffianti, in odore di Black Keys o White Stripes.
Si percepisce (“Against Privacy”, “Mexican Dogs” o “Something Is Not Right With Me”) una frenesia selvaggia, demoniaca, coniugata allo slancio verticale di un misticismo che vibra dal basso. Quello che i Cold War Kids cantano è la frustrazione irriducibile di un urlo interiore che dilaga dal buio vischioso della mente, come le bellissime “I’ve Seen Enough” e “Every Man I Fall For” mostrano sin troppo bene (e a venire in mente sono, come già nell’esordio, i Velvet Underground dei primi due album).
In alcuni pezzi, come “Golden Gate Jumpers” o “Avalanche in B”, affiora qualche spunto intriso di alcolico cabaret waitsiano da ore piccole, ma è soprattutto quando il gruppo innesca gli ingranaggi  del suo inesorabile congegno sonoro (come accade in “Dream Old Man Dream” o nel movimento finale della conclusiva “Cryptomnesia”) che nessuno può davvero fermarlo.

Il disco rappresenta senz’altro un ascolto ostico e di non immediata fruibilità, giocato su contrasti chiaroscurali molto forti e su un generale espressionismo concettuale ed estetico che forse inizialmente potrebbe spiazzare ma che, va detto, sa crescere in complessità e “verità” ascolto dopo ascolto. Gruppo da tenere d’occhio (a breve saranno in tour dalle nostre parti, sarebbe un peccato imperdonabile non approfittarne).

(23/10/2008)

  • Tracklist
  1. Against Privacy
  2. Mexican Dogs
  3. Every Valley Is Not A Lake
  4. Something Is Not Right With Me
  5. Welcome To The Occupation
  6. Golden Gate Jumpers
  7. Avalanche In B
  8. I’ve Seen Enough
  9. Every Man I Fall For
  10. Dreams Old Men Dream
  11. On The Night That My Love Broke Through
  12. Relief
  13. Cryptomnesia
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