Diamanda Galas

Guilty Guilty Guilty

2008 (Mute) | death-blues

“Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” recita una delle più belle poesie di Cesare Pavese. La morte, oggi, ha gli occhi di Diamanda Galas.

La straordinaria cantante americana di origine greca con "Guily Guilty Guilty" sonda i freddi abissi di amori tragici, di passioni che si trasformano in delitti.
Galas canta lo sconcerto di chi si accorge che gli occhi gelidi della nera mietitrice sono gli stessi della persona amata; e canta il supplizio di chi, quegli occhi, ha avuto la disgrazia di prenderli in prestito.
Certo, le estreme e austere sperimentazioni vocali degli esordi sono lontane, ma Diamanda riesce a trasportare le sue drammatiche capacità interpretative in alcuni degli standard più “neri” della musica popolare americana.

Comunque, la strega di San Diego non rinuncia al suo solito campionario espressivo, determinato da un’estensione vocale fuori dal comune, che le permette di spaziare da rochi blues maledetti a cupe rivisitazioni country-folk, da profani gospel della luna cattiva a rigurgiti avanguardisti e jazzistici.
Centrali, anche in questo disco, risultano i riferimenti alla tradizione musicale greca, che si manifestano in alcune inflessioni vocali, derivate da una particolare forma di canto tradizionale e rituale: l’amanes. Si tratta di un canto di dolore, un lamento funebre, intonato tradizionalmente da una voce femminile, la cui forma musicale è di origine orientale.

Il disco è composto da sette sonate tragiche, registrate dal vivo durante il tour “Diamanda’s Valentines Day Massacre”, che sembrano collegare gli ultimi due lavori che la Galas pubblicò nel dicembre 2003. "Guilty Guilty Guilty", infatti, associa l’intima dimensione live di “La Serpenta Canta”, dove le pregevoli riletture di altri classici della popular music non raggiungevano quella straordinaria coesione qui apprezzabile, con l’enfasi teatralmente drammatica di “Defixiones, Will And Testament”, disco che si inabissava tra le piaghe del genocidio armeno perpetrato dal cosiddetto governo dei Giovani Turchi nel 1915.
Deliranti grappoli di note aprono il gospel omicida di “8 Men And 4 Women”, brano scritto da O. V. Wright, leggenda del southern soul. È come se Chopin suonasse un blues nel mezzo di un esorcismo (le urla di Diamanda, qui, sono davvero raccapriccianti).
La rilettura della “Long Black Veil” che fu di Johnny Cash procede, invece, con piglio innodico nella parte vocale e con cadenze di flebile epicità nella parte strumentale.

Che la serpenta greco-americana sappia come appropriarsi dell’arte altrui risulta oggettivamente evidente, dato che, senza il minimo accenno di pedanteria, riesce a trasformare brani classici nella forma, mantenendone immutata la sostanza.
È anche il caso di “Down So Low” della cantante Tracy Nelson: un soul mannaro che assurge a capolavoro di trasformismo vocale (impressionante la gamma di registri che Diamanda passa in rassegna).
Succede, a volte, che in mezzo al delirio possa materializzarsi un momento di insperata quiete: è il caso di “Interlude (Time)" di Timi Yuro. Non un altro blues delle tenebre, ma un sussurro disperato e romantico; una serenata minimalista che a sprazzi sale d’intensità, per poi morire del suo stesso esile respiro.

La danza macabra, però, è dietro l’angolo e si chiama “Autumn Leaves”, un celebre traditional statunitense che in realtà ha origini transalpine. Nelle mani, e nelle voce soprattutto, di Diamanda Galas diventa però una luttuosa nenia dagli accenti mediorientali.
Il crepitio definitivo della morte arriva con “O Death” di Ralph Stanley, storico suonatore di banjo. Il bluegrass originale qui però c’entra poco: gli immancabili cluster del piano sorreggono la litania maledetta portata dalle disumane modulazioni vocali della Galas. La tecnica è eccelsa, ma passa in secondo piano rispetto alla straordinaria carica espressiva che l’esecuzione vocale emana.

“No more smile, no more tears. No more prayers, no more fears” è l’incipit  di “Heaven Have Mercy” portata al successo da Edith Piaf: Diamanda Galas  recita lo strazio infinito di un’implorazione al cielo; canta la morte senza sorrisi né lacrime, senza preghiere né paure.
Il paradiso è là fuori. Ma l’inferno è dentro di noi.

(22/04/2008)

  • Tracklist
  1. 8 Men And 4 Women
  2. Long Black Veil
  3. Down So Low
  4. Interlude (Time)
  5. Autumn Leaves
  6. O Death
  7. Heaven Have Mercy
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