Lars Horntveth

Kaleidoscopic

2008 (Smalltown Supersound) | elettronica, jazz

Già testa pensante del collettivo Jaga Jazzist e autore di quel “Pooka” che nel 2004 sollazzò più di un aficionado, il ventottenne compositore e polistrumentista Lars Horntveth alza la posta in gioco con questo secondo “Kaleidoscopic”, suite di 37 minuti fissata su supporto fonografico (chissà per quanto ancora…), coronamento (finora) delle sue ambizioni “sinfoniche” e – perché no? – ennesima prova del suo buon gusto. D’altronde, se il progetto madre vibrava dell’incontro/scontro non sempre ben bilanciato tra post-rock “jazzato” di casa Thrill Jockey (leggasi: Tortoise) e infarinature elettroniche (la Ninja Tune li distribuì in Europa), col suo percorso solista il norvegese Horntveth sta aggiustando il tiro, privilegiando l’organicità dell’insieme, la varietà e la densità cromatica dei tessuti. E poi stavolta le cose son state fatte in grande stile: 41 membri dell’Orchestra Nazionale Lituana diretti dal maestro Terje Mikkelsen – in prestito dalla Filarmonica di San Pietroburgo – a registrare in una chiesetta di Riga, con la supervisione dello stesso Lars e del co-produttore Jorgen Traeen.
C’erano tutte le premesse per un lavoro più che soddisfacente, insomma. E così è stato, anche se con qualche riserva di cui si parlerà.

“Cinematico” è l’aggettivo più usato da blogger e recensori nel descrivere il disco; noi, in tutta franchezza, non ci sottrarremo al cliché, specie a fronte di un nucleo iniziale (Vangelis beccato a pomiciare con Bernard Hermann sotto lo sguardo voyeuristico di John Williams? Urgh…) che già scomoda diversi “mostri sacri” nel campo delle soundtrack. Ma qui sono l’ampiezza delle vedute, il polimorfismo e l’amalgama a fare la differenza: le fini planimetrie di “Kaleidoscopic” diventano quindi il parco divertimenti dove un rigoroso ma giocherellone Horntveth può concedersi un valzerino in salsa digitale fra bolle folktroniche alla Four Tet (a partire da 10:00), abbandonarsi a una danza etno-minimalista vagamente Penguin Cafè Orchestra, e subito dopo perdersi, senza soluzione di continuità, in commoventi cinguettii di chitarre acustiche e clarinetto (28:47) in cui par d’intravedere il Jim O’Rourke avant-easy listening dell’inspiegabilmente bistrattato “Eureka”.

Ovviamente non è roba per cui strapparsi i capelli, e ci mancherebbe altro. Però questi 37 minuti, gestiti forse con eccessiva naiveté e con tutte le riserve del caso, restano ricchi di brillanti soluzioni armoniche e/o stilistiche. E l'ascoltatore non resti turbato dall'ingente mole di richiami snocciolati dallo stesso Lars: a parte il brusco stacco a 10:00 e qualche vistosa “zona morta” (specie nella parte centrale), il disco scorre omogeneo, senza fratture, consentendo ai temi d’intrecciarsi fra loro nel più assoluto relax.
Flusso ininterrotto di stati d’animo e riflessi motori, idilliaca mirrorball a penzoloni sul bagnasciuga del nostro tempo, “Kaleidoscopic” mette molta – magari troppa – carne al fuoco, ma la strada sembra quella giusta.

(12/03/2009)

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  1. Kaleidoscopic
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