Li Jianhong

三生石 ( San Sheng Shi )

2008 (Archive) | free psychedelic-noise, cosmic-noise, free guitar improvisation

Ebbene, sì: anche in Cina c’è una fertilissima scena noise. E Li Jianhong (classe 1975) ne è una delle punte di diamante.

Fondatore dei Second Skin (dediti a un miscuglio di rumore e conati acidi), attivo nell'avant-rock duo dei D!O!D!O!D! (in coppia col batterista Huang Jin) e manager dell’etichetta indipendente 2pi Records, il chitarrista di Hangzhou (così descritta, nel XIII secolo, dal nostro Marco Polo: "Non c'è al mondo città uguale, che vi offra tali delizie così che uno si crede in paradiso") ci regala, con “三生石(San Sheng Shi)” (rilasciato in edizione limitata di 500 copie), una delle opere più intense di questo primo scorcio dell’anno: un’unica traccia di 51 minuti per chitarra elettrica e manipolazioni elettroniche, in un colossale delirio ambient-noise-psichedelico.

Pensate all’Henry Kaiser più visionario e dilatato che amoreggia (su sottofondo di drammatiche passioni galattiche) con gli Hash Jar Tempo (ovvero, quindi, con sua maestà Roy Montgomery…): ecco, più o meno, questo è il suono che, imperioso e solenne, scorre dentro i labirinti mentali e le zone d’ombra interstellari di questo piccolo gioiello, che si lancia verso le stelle in perfetto stile sci-fi, elevando sinistri presagi oltre il caleidoscopio di dis-accordi filtrati elettronicamente.

Soffia, insomma, un vento radioattivo. Una sorta di drone celestiale (con esplosioni in diretta di armonici copulanti) che ha mal riposto il ricordo maledetto dell’inferno. Dopo circa 17 minuti, un primo buco nero blocca la musica in un’oscillazione estatica, preludio alla successiva, rumorosissima/filiforme marea rumorista, dentro cui sembra scorgere il simulacro dei Les Rallizes Denudes intento a suonare la sua versione dello shoegaze: una tempesta di sabbia astrale che annienta, dislocandoli, i confini del suono.

E, oltre il tutto, un senso di disperazione, una malinconia indicibile. Successivamente, una coltre di feedback in proiezione si scioglie in una placida contemplazione della muta nudità del cosmo, tra ondulazioni lisergiche e panoramiche di oltre-mondi dispersi in un vuoto incomprensibile (un vuoto il cui senso “nascosto” emerge per il tramite di microscopiche increspature del velo “ambientale”, lasciato galleggiare intorno grazie a un equilibrato gioco di loop e manipolazioni).

Subdolamente, però (e in maniera ascensionale), la musica non fa altro che riportare in auge, ancora una volta, la potenza pietrificante del drone, con enfasi più pronunciata sulle innumerevoli, sotterranee variazioni. Giochi di rifrazioni, di fuoriuscite e di inabissamenti. Un gioco maniacale, esasperato ed esasperante. Chiede la liberazione, agogna la redenzione. Il corpo e lo strumento soppiantati da una valanga di suoni. Impossibili.

E’ la trasfigurazione della musica cosmica in una post-psichedelia magniloquente, epica, psicologicamente erratica, capace di acutizzare, mediante la spazialità illimitata della prima, le devastanti tensioni anarco-disvelanti della seconda (si ascolti, in tal senso, l’incredibile, espressionistica tavolozza del caos che prende corpo prima della quiete minacciosa della coda).

Nell’immensità del buio astrale, “三生石(San Sheng Shi)” è un incendio di proporzioni divine.

(13/03/2008)

  • Tracklist
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