Un’attesa di due anni, voci di corridoio circa una nuova svolta (pochi lunghi brani invece di una tracklist di numerose canzoni), ed ecco che i norvegesi Motorpsycho tornano con un nuovo disco che, come previsto, attesta nuovamente il loro status di camaleonti del rock alternativo.
Ci hanno abituati bene in questi quasi venti anni di carriera, partendo come hardrocker psichedelici e lanciandosi ad ogni nuova uscita in un territorio inesplorato, dall’indie-rock a stelle e strisce di “Blissard” alle cavalcate lisergiche del doppio “Trust Us”, mai sopra le righe, mai curandosi di mode e tendenze, mai venendo a patti con l’ascoltatore (a provarlo è anche il minutaggio dei loro album).
Qualcosa era venuto a mancare nelle ultime uscite (li avevamo lasciati con un altalenante “Black Hole/ Black Canvas”), ma questo nuovo “Little Lucid Moments” sembra portare un po’ d’aria fresca, e lo fa tornando indietro di trent’anni!
Come annunciato prima dell’uscita, siamo di fronte a quattro lunghi brani (dai dodici ai ventuno minuti) - tra cui una suite in quattro movimenti – caratterizzati da lunghissime cavalcate, jamming, repentini cambi di registro e melodrammaticità quasi progressive; una scelta a dir poco coraggiosa in un’epoca in cui, tra il pubblico alternativo, rievocare un certo modo di suonare magniloquenti equivale al reato.
La prima cosa con cui si viene a contatto è il suono, curatissimo e potentissimo, capace di rendere appieno tanto i fangosi muri di chitarre quanto eccedere in pulizia nelle parti rilassate, da questo punto di vista sembra di essere di nuovo negli anni Novanta, i tempi di “Timothy’s Monster”.
È così che sin dai primi secondi della title track siamo aggrediti da una rullata e da un vortice di chitarre che imperversano per tutto il primo movimento, “Lawned”, gran dimostrazione di perizia, nei suoi continui saliscendi; una brevissima parentesi soffusa la separa da “A Hoof To The Head”, in cui rivivono le loro trascinanti cavalcate a basso spianato, accelerate fino all’impossibile (questa nello specifico esplode in un hard-rock zeppeliniano e si richiude in un rumoroso assolo). Conclusa questa parentesi, ecco un altro passaggio soft (con voce che più anni Settanta non si può) e altro (risparmiabile) vaneggio psych ad allungare il brodo, in vista dell’esplosione finale degli ultimissimi minuti (gli Hawkwind sono dietro l’angolo).
Un continuo cambio di scena è “Year Zero (A Damage Report)”, irresistibili la voce malinconica e gli intrecci di chitarra, ora eterei ora devastanti, solidissima la sezione ritmica, ma anche qui parte della durata è a vuoto.
Dopo due episodi di gran spessore saltano all’occhio i punti deboli, come l’andamento singhiozzante di “She Left On The Sun Ship”, col suo schema piano/forte protratto per il suo (eccessivo) quarto d’ora di durata. Il contrasto tra la batosta hard-rock dell’incipit con un proseguimento all’insegna di una psichedelia tenue e acida è cosa da poco, per un gruppo che ha saputo fondere alla perfezione questi due elementi. La musica nel finale sfuma e ci troviamo catapultati nell’ultimo brano, “The Alchemyst”, che al contrario si sviluppa tutta in crescendo, dal suffuso avvio a bordate chitarristiche che culminano nel fragoroso assolo finale, con la batteria che delira (merito del nuovo acquisto, Kenneth Kapstad).
Questo è quanto possono dare i Motorpsycho nel 2008: musica fuori dal tempo e già sentita ma eseguita con fantasia e passione; nonostante le sbavature e gli eccessi, questo “Little Lucid Moments” può dare soddisfazioni agli affezionati del gruppo norvegese, ma l’ombra del loro passato resta sempre difficile da ignorare.
09/04/2008