The Hospitals

Hairdryer Peace

2008 (self released) | shitgaze, garage

Mi è capitato di leggere in rete recensioni che parlano di “Hairdryer Peace” come del nuovo “Twin Infinitives” o qualcosa del genere. Ora, per quanto il paragone possa sembrare esagerato, debbo ammettere che in realtà ha una sua ragion d’essere, perché questo nuovo Hospitals è, come nel caso del capolavoro dei Royal Trux, un disco di segni più che di suoni.

Ma facciamo un passo indietro. La band di Adam Stonehouse era partita come combo di garage ultrarumoristico in salsa lo-fi, e in quella veste aveva dato vita a un esordio al fulmicotone, ben doppiato dal successivo “I've Visited The Island Of Jocks and Jazz”  - dove in verità già s’intravedevano segnali di cambiamento - e dall’Ep “Rich People”. In quei dischi gli Hospitals facevano dell’immediatezza o meglio della non-mediazione la loro ragion d’essere. Canzoni semplici e lineari quindi, per quanto acide e dissonanti.

“Hairdreyer Peace” è invece un disco invertebrato, senza capo né coda come si sarebbe detto una volta. Totalmente storto e sbrindellato come peggio non si potrebbe; le canzoni (si fa per dire) avanzano a singhiozzo costringendo il cervello di chi ascolta a continui stop and go, mentre i suoni, confusi e sfocati, deragliano ininterrottamente alla ricerca di un possibile appiglio melodico (che non arriva quasi mai…).
La forza del disco è proprio nell’affresco complessivo che (non) riesce a creare. Per intenderci “Hairdryer Peace” è un mostruoso moloch di non-sense sonoro, di suoni minorati, di materiali sfasciati pescati in qualche discarica, di segni (per l’appunto) che significano qualcosa nel non significare nulla oltre se stessi. Un disco di soli significanti inutilmente affaccendati a dare una ragione al loro esistere. Dal latrato sfatto di Stonehouse, che cerca senza successo di elevarsi sulla muraglia di feedback degradati, alle ritmiche, tese a darsi una continuità che invece è quasi sempre negata.
E’ un po’ la metafora della comunicazione moderna, del continuo parlarsi addosso, della non capacità di ascolto reciproco.

E dire che il buon Stonehouse riesce anche a piazzare qualche anthem niente male, tra cui il blues orrendamente sfibrato di “Getting Out The Bed” e il mantra orgiastico di “Animals Act Natural", che insieme al Beefheart eroinomane di “The Rules For Being Alive” emergono dal gorgo di pece rovente in cui si rigira il resto.
Insomma, “Hairdryer Peace” è un disco claustrofobico e obnubilante oltre ogni dire, ed è un must per chi crede nella devoluzione come unica via all’evoluzione del rock.

La prima tiratura del vinile è andata esaurita. Dal 7 luglio è disponibile una seconda stampa, ordinabile sul sito della band: http://hairdryerpeace.com

(10/07/2008)

  • Tracklist
A1.Hairdryer Peace
A2.Getting Out of Bed
A3.Rules for Being Alive
A4.Ape Lost
A5.This Walls
A6.Sour Hawaii
A7.Smeared Thinking
B1.Teams
B2.Animals Act Natural
B3.Me, a Ceiling Fan
B4.BPPV
B5.Dream Damage
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