Amen Dunes

Dia

2009 (Locust) | psichedelia, lo-fi, folk

Damon McMahon, l’uomo che si nasconde dietro la ragione sociale Amen Dunes, è l’ennesimo musicista innamorato degli anni Sessanta.
Garage, psichedelia e folk-pop, tutti fortemente impastati con l’umore insieme utopistico e ambiguo di quegli anni, vengono così riletti nell’ottica di un’impostazione molto sgangherata e lo-fi (la title track, in tal senso, potrebbe rappresentare un vero manifesto).

Non nutriamo dubbi sulla sincerità dell’operazione del musicista newyorkese, piuttosto lasciano perplessi i risultati che il Nostro, di volta in volta, ci presenta, come se annegare il tutto dietro il velo della stramberia e del bislacco bastasse a lasciare un segno. Più che brutto, quindi, il disco appare come un inutile esercizio di weirditudine applicata, tra voci che si rincorrono dentro una galleria di specchi (“Miami Beach”), nenie sommesse che sembrano voler tentare la carta di un ibrido eroinomane tra Beach Boys e Velvet Underground (“In Caroline”), litanie orientaleggianti che strizzano l’occhio ai primi Pink Floyd ("Fleshless Esta Mira Wife Of Spades") e strambi assortimenti psych-folk, davvero raffazzonati, nonostante l’aura onirica che li avvolge (“Castles”, “Hauling the Dead”, “No Shot”, “2000 Islands”).

Non mancano, poi, i nastri in reverse, come quelli dentro cui va a disintegrarsi la ballata Barrett-iana di “White Lace”. Ma è tutto così tirato per i capelli che anche un’invocazione crepuscolare come quella di “Breaker” finisce per infastidire, piuttosto che condurre la mente verso lidi metempirici.

(21/08/2009)

  • Tracklist
1. Amen Dunes
2. Miami Beach
3. In Caroline
4. Fleshless Esta Mira Wife Of Space
5. Patagonian Domes
6. By The Bridal
7. White Lace
8. Castles
9. Hauling The Dead
10. On Shot
11. 2000 Islands
12. Breaker
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