Le luci devono essere spente e gli occhi devono essere tenuti chiusi per ascoltare questo debutto firmato Black Math Horseman, uscito per la Tee Pee Records e prodotto da Scott Reeder, uno dei guru delle Desert Area (Kyuss, Unida). Il buio, l'oscuro, il nero, nel senso di infinito spaziale, sono una condizione essenziale per poter apprezzare appieno questo album dal titolo "Wyllt", termine che si riferisce alla figura di un profeta allucinato delle leggende medievali gallesi.
I Black Math Horseman fin dalle prime note dell'album ci fanno capire verso quale direzione ci si sta avventurando: un salto diretto nelle vuote, infinite, mastodontiche lande dell'universo cosmico. Nessun decollo, nessun atterraggio: "Wyllt" ti fa planare su un deserto metallico, arido e scuro come ossidiana.
I sei pezzi proposti sono caratterizzati da un sound omogeneo, a metà strada tra un ambient-doom e uno hard-space-rock dalle sterzate psichedeliche, in cui i soli di chitarre vanno ad accompagnare una sezione ritmica massiccia, grezza e decisamente ben orchestrata.
Si inizia con "Tyrant", pezzo che ci accoglie dolcemente, con la voce lontana e fluttuante della cantante Sera Timms, ma che ci fa perdere i primi punti di riferimento con violente impennate metalliche sul finire. Segue "Deerslayer", che parte tirato ma non perde quella caratteristica descrittiva che asseconda le visioni degli ipnotici Black Math Horseman. È un saliscendi di ritmi, accelerazioni e decelerazioni in un luogo in cui lo spazio e il tempo sono ormai del tutto dilatati e relativi.
La terza tappa si chiama "A Barren Cause", una ballata allucinata in cui la voce della Timms rievoca pagane liturgie medioevali su un crescendo musicale che ci trascina in una trance mistica. Segue "Origin Of Savagery", ennesima prova che i nostri, seppur non innovando il loro suono, rimangono coerenti e poderosi. Si passa poi a "Torment Of The Metals": ondate sonore provenienti dall'iperspazio, linee di basso visibili a occhio nudo, voci che da sussurri impercettibili si trasformano in ululati spaziali sempre più presenti, chitarre che tracciano scie infuocate e percussioni che si sintonizzano con il battito cardiaco. Il crescendo sul finale ci fa cavalcare un asteroide alla deriva con relativo schianto finale contro chissà quale pianeta.
L'ultima tappa del viaggio è la lunga suite di undici minuti "Bird Of All Faiths And None/Bell From Madrone", i toni s'increspano e si viene colpiti da bordate metalliche da orgasmo.
Finito il disco, non è raro avvicinarsi al tasto "play" per gustarsi nuovamente questo primo lavoro dei Black Math Horseman. Sicuramente portavoce del loro genere, non si discostano mai dalla strada maestra che loro stessi tracciano in questi sei pezzi granitici, e sfornano un lavoro omogeneo e ben prodotto.
09/09/2009