Tra i tanti miracoli di “Le città invisibili” di Calvino, c’è il connubio impossibile di empatia e artificio, semplicità e iperstrutturazione.
Perché lo scrivo? Perché “Sleep Talking” mi evoca le stesse sensazioni contraddittorie.
Le sue undici canzoni hanno la sostanza aerea dei sogni e l’intricamento della razionalità lasciata in balia di sé stessa. Sembrano frutto di quei dormiveglia travagliati in cui la mente gira a vuoto tra voli pindarici e bizantinismi. Su di loro, però, aleggia un’impalpabile serenità.
Un’aria placida, perfino un po’ oziosa. Quel genere di malinconia bucolica di cui si è nutrita per anni la Scuola di Canterbury.
E proprio a Robert Wyatt e “Kew.Rhone” rimanda la musicalità dell’album, sospesa tra torpore dada, decadentismo mitteleuropeo e lambiccamenti jazz. Un déja vu per nostalgici, dunque? Sì e no: l’emulazione è palese, ma la classe lo è altrettanto (e non è poco!). E i riferimenti recenti abbondano: lo spleen cantilenante dei Radiohead, l’evanescenza dei Time of Orchids… Ma soprattutto, il pop intimista e capzioso dei Pattern Is Movement.
L’analogia col gruppo americano è in effetti fortissima. Intrichi math, armonie impressioniste, sound ovattato puntinato da tintinnii e fruscii di spazzole; poi l’aura estatica, zuccherina (a tratti pure un po’ svenevole, diciamolo): in “Sleep Taking”, però, scompare ogni rancorosità indie.
Quasi per magia, invece, da contorsionismi, controtempi e autoindulgenze varie riesce a filtrare un’anima cantautorale esile e immatura. Disarmata e disarmante, dona ai paesaggi algidi del disco una vitalità tenera e inattesa.
Solo la barriera del cantato in inglese impedisce di identificarsi e svanire in questo surreale sogno lucido…
“Sleep Talking” è il primo lp dei Chance:Risiko, quartetto di polistrumentisti bolognesi attivo da diversi anni.
09/01/2010