Hatcham Social

You Dig The Tunnel I'll Hide The Soil

2009 (Fierce Panda) | alt-pop

Le notevoli abilità nello scovare nuovi talenti della londinese Fierce Panda (che proprio in questo periodo festeggia il suo primo quindicennio di febbrile attività, durante il quale ha ospitato nel proprio roster band assai popolari come Coldplay, Keane, Death Cub For Cutie, Art Brut, Spinto Band, Shitdisco e tantissimi altri nomi di prima grandezza) non si smentiscono nemmeno al cospetto della sua nuova scommessa, gli Hatcham Social. Il quartetto, proveniente anch’esso da Londra, viene da una nutrita militanza sia concertistica (oltre centocinquanta esibizioni dal 2006 a oggi) che discografica (con all’attivo un discreto numero di singoli apparsi su disparate sigle underground), avendo potuto tra l’altro contare sul sostegno convinto di Alan Mcgee (il quale casualmente proprio in questi giorni arriverà in Italia per un paio di djset a Bologna e Recanati) che li ha sponsorizzati e fatti conoscere nell’ambito del suo progetto itinerante “Death Disco”. L’interesse del frontman dei Charlatans Tim Burgess, produttore di uno dei loro primi singoli e al lavoro anche nella registrazione dell’album d’esordio, ha fatto il resto.

Per gli Hatcham Social valgono in larga parte molte delle considerazioni già sollevate dalla critica più attenta a proposito dei newyorkesi Crystal Stilts e The Pains Of Being Pure At Heart. Il suono della band londinese pesca infatti a piene mani dalla produzione sonora del rock indipendente britannico di fine anni Ottanta/ inizio anni Novanta. Rispetto ai colleghi statunitensi appare meno centrale il richiamo all’estetica slabbrata e dissolvente dello shoegaze, che va di pari passo con una minore sudditanza concettuale nei confronti del modello inarrivabile rappresentato dalla coppia dei primi due album dei Jesus And Mary Chain.
Gli Hatcham Social presentano infatti un suono più essenziale e disadorno, basato su una trama sonora molto più “pulita” e leggibile. Risulta piuttosto evidente il richiamo ad alcune band oggi quasi del tutto dimenticate del primo catalogo Creation, come House Of Love,  Jasmine Minks o The Loft.

Quello che colpisce è senz’altro la buona qualità di scrittura del gruppo, che emerge soprattutto nelle composizioni dal piglio più melodico e cantabile (tutti singoli potenziali, tanto per intenderci) come “Crocodile”, “Murder In The Dark”, “Hypnotyse Terrible Eyes”, “In My Opinion” (notevolissima), “I Cannot Cure My Pure Evil” e, soprattutto, “So So Happy Making”, tra gli esiti più felici dell’intero album, impreziosita da un cantato piuttosto carismatico e trascinante. Tutt’intorno vanno a stagliarsi le coloriture cangianti di un vivacissimo tessuto di chitarre nervose di matrice wave e il preciso disegno ritmico di un comparto batteria/basso consistente e con buone doti inventive. Appare invece più confuso lo spoken word ispirato a Lewis Carroll di “Jabberwocky” (molto simile a certe intuizioni storte degli Horrors, amici e collaboratori di vecchia data degli Hatcham Social), ma l’album chiude in crescendo con “Penelope (Under My Hat)”, che somiglia a un’outtake dei Libertines, e “Give Me The Gift”, perfettamente riuscita.

Come già capitato con i citati Crystal Stilts e TPOBPAH, il recupero (invero piuttosto pedissequo) del suono e degli stilemi compositivi di un’epoca musicale piuttosto circoscritta si espone al rischio costante di schiacciare la bellezza delle canzoni in una forma di archeologia sterilmente formalistica. Tuttavia, dalle guizzanti intuizioni di questo gruppo trapela un calore e un genuino entusiasmo che alla fine convincono della reale bontà del risultato raggiunto e lasciano ben sperare per il futuro.

(02/04/2009)

  • Tracklist
  1. Crocodile
  2. Sidewalk
  3. Murder In The Dark
  4. Hypnotise Terrible Eyes
  5. So So Happy Making
  6. Superman
  7. I Cannot Cure My Pure Evil
  8. Jabberwocky
  9. My Opinion
  10. Penelpoe (Under My Hat)
  11. Give Me The Gift
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