Non un vero e proprio nuovo album, "Infinity" segna nella febbrile attività di Justin Broadrick il momento per un necessario punto della situazione, a più di due anni da "Conqueror", ultimo full-length a nome Jesu nonché uno dei dischi più belli e segnanti dei nostri tempi. "Infinity" è un monologo registrato ed eseguito in solitaria, flusso di coscienza che ripercorre in volo radici e sviluppi di quel fuoco celestiale che è il sound di Jesu, le sue origini nei neri pozzi doom già esplorati dai Neurosis e dai primi Swans, la continuazione e sublimazione spirituale degli scenari disumani, disperati dei Godflesh attraverso l'estasi incantata dello shoegaze.
Lavoro probabilmente più significativo per l'artista stesso che per l'ascoltatore, "Infinity" è una singola traccia di 50 minuti; un lungo tragitto, e come tale riserva molte piacevoli vedute diluite in un clima di generale monotonia. Assai fiacca la prima parte, interrotta solo da un improvviso inasprirsi della voce in un growl che non si sentiva dai giorni gloriosi dei Godflesh. Un isolato scatto d'ira, un rancore pur sempre presente ma destinato a perdersi nelle brume della seconda e molto più riuscita metà del lavoro, con quell'unica frase dilatata in una reiterata, infinita dissolvenza, splendente ralenty che scioglie tutto il proprio gravoso peso in una luce sempre più calda e melodiosa.
Il percorso verso il divino prosegue dunque sempre uguale a sé stesso, come sempre a cuore aperto, stanco ma imperturbabile, e non c'è forse molto più da chiedere a Jesu/Justin. Poi, si sa, dagli artisti di genio è sempre un piacere essere smentiti.
07/12/2009
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