Sin Fang Bous

Clangour

2009 (Morr Music) | indie-tronica, avant-pop

Il delicato e prezioso “The Ghost That Carried Us Away” della band islandese Seabear aveva rapito gli amanti del folk-pop più curiosi ed esigenti. Il loro creatore, Sindri Már Sigfússon, riversa la grande quantità di materiale ideato in un’opera composta, suonata, prodotta e confezionata completamente da lui.

Ancora sotto l’ala protettrice della benemerita Morr Music, il disco ricopre una fascia di mercato molto ampia. Adatte ai nostalgici dell’indie-tronica classica, le composizioni qui presenti si conciliano con un tono di sperimentazione molto ardito che sarà apprezzato anche dai palati più rigorosi. Come dichiarato dallo stesso artista in una recente intervista, il fulcro di questo disco è la sua fantasia, più precisamente l’esposizione del lato più folle e creativo. Effettivamente, ascoltando le undici tracce si ha una sensazione di introdursi in un luogo incantato, musicato da una colonna sonora frizzante, briosa e colorata. La vera natura dell’artista viene messa in gioco, sfruttando fino in fondo estro, coerenza e sregolatezza.

Il contenuto di “Clangour” si distingue dalla pletora di pubblicazioni di questo genere per la sua sorprendente varietà; la facilità con cui il suono rimane impresso, fra ritornelli azzeccati e ritmi inusuali, gioca un fattore determinante. C’è un continuo passaggio da toni riverenti e distesi (la nenia fiabesca di “Sunken Ship”, progressioni martellanti e ossessive per “Clangour And Flutes”) a strappi melodici fulminanti (la folgorante “Advent In Ives Garden”, il caos ordinato di “The Jubille Choruses”). Il tono asciutto con cui la chiara matrice folk di questa musica viene contaminata con altre influenze è il maggior pregio, peraltro coadiuvato da una discreta scorrevolezza, che non fa incagliare il prosieguo anche nei frangenti più ostici.

La sapiente gestione del ritmo è il passo decisivo verso un risultato decisamente interessante. Giocando alla gara delle citazioni, potremmo mettere insieme sprazzi degli Animal Collective più pop, il folk di matrice classica leggermente screziato (Jason Molina) e un uso discreto della tecnologia, dall’elettronica presente un po’ ovunque fino alla precisa e puntuale produzione finale. Fra le trame di una ballata canonica udiamo clangori elettrici lancinanti (“Melt Down The Knives”), il pacato flusso di un banjo finisce per essere sopraffatto da una drum-machine insistente (“We Belong”), la freschezza di una graziosa canzone pop ci concilia la felicità (“Carry Me Up To Smell Pine”).
Il rullante di una batteria palpita fra le righe di una voce sussurrata e poi urlata (“A Fire To Sleep In"), cori e note di chitarra si mescolano alla rinfusa su un tappeto di battiti e sospiri (“Fafafa”), una coppia di canzoni unita da un legame fatto di passione e incanto sfuma in una conclusione placida e mistica (le due gemme di folk-pop contaminato “Poirot” e “Lies”).

Fra le più fantasiose e succose proposte del mercato indipendente europeo, “Clangour” è un caleidoscopio di suoni dalle molteplici sfaccettature. La curiosità e le aspettative per il successore sono elevate, la possibilità che ne venga fuori un qualcosa di ancor più inedito sono molto alte.

(07/06/2009)

  • Tracklist
1. Advent In Ives Garden
2. The Jubilee Choruses
3. Catch The Light
4. Sunken Ship
5. Melt Down The Knives
6. Clangour And Flutes
7. We Belong
8. Carry Me Up To Smell Pine
9. A Fire To Sleep In
10. Fafafa
11. Poirot
12. Lies
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