Diciamola tutta: i tre maestri del free-noise neozelandese potrebbero tranquillamente appendere le chitarre al chiodo dopo quello che hanno regalato alla storia del rock. Potrebbero, certo. Però, lo sappiamo, gli artisti hanno sempre voglia di mettersi in discussione, di suonare anche per il solo gusto di farlo e via di questo passo.
Michael Morley, Bruce Russell e Robbie Yeats, insomma, non devono dimostrare più niente e, anche se l’ultimo lavoro non era affatto male, le quattro composizioni qui raccolte potevano restare tranquillamente sotto chiave, lì a Dunedin. “Patience”, infatti, è un disco del tutto superfluo (per la precisione: mediocre) all’interno del loro catalogo e l’iniziale “Empire” ci mette davvero poco per confermarlo. Lungo i suoi sedici minuti, infatti, succede poco o niente: svolgimento lento e ipnotico, con una seconda parte sempre più svogliata e completamente priva di verve.
Del tutto assente la voce, il trio si concentra sul lato strumentale ma è una concentrazione a orologeria, incapace di portare a compimento qualcosa di veramente interessante. Superato l’opaco intermezzo di “Federation” (bisbigli elettrici nell’oscurità e cimbali accarezzati), ci pensa “Shaft” ad agitare un po’ le acque (ma giusto un po’, senza esagerare…) con un percussivismo martellante contro cui si scuote l’aura lisergica delle chitarre. Il momento relativamente migliore, in ogni caso, arriva proprio in chiusura con “South” che, pur nel suo vaneggiamento apatico e malaticcio, riesce a tessere le trame di una discreta tensione. Ma è comunque troppo poco per una delle band più importanti degli ultimi venti anni.
Poi, certo, faranno ancora notizia… ma quello dipende dal fatto che si chiamano Dead C.
12/10/2010
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