John Legend & The Roots

Wake Up!

2010 (Good Music/ Sony) | soul, alternative hip-hop

C'è qualcosa d'implicito, un discorso sotteso e meritevole d'essere rimarcato, che fa di "Wake Up" un disco diverso dai tanti remake, collage, cover album compilati negli ultimi anni. C'è un filo rosso che lega impegno politico e impegno musicale e unisce il passato al presente dell'America, mettendo in relazione l'Oggi con l'Allora. Il periodo - cruciale - a cavallo tra la fine dei Sessanta e la prima metà dei Settanta e quello che separa gli anni Zero e dagli anni Dieci. Gli anni di Martin Luther King, di RFK, delle Pantere Nere e della "silenziosa" restaurazione nixoniana e quelli di Obama, primo presidente nero, delle guerre striscianti, che non finiscono mai, delle "maree nere", di Wikileaks e dei Tea Party così bianchi d'accecare d'odio qualcuno. C'è, alla base, un concetto di soul come riscatto sociale, come filosofia di vita prim'ancora che genere/non genere musicale. Ma soprattutto: una visione progressiva e progressista della musica black, come fenomeno aperto, contaminato, costruttivo che guarda al passato nella misura in cui può trarne linfa per affrontare le metamorfosi che l'accompagneranno in futuro.

Non per nulla a John Legend e ai Roots l'idea di questo progetto ronzava già in testa durante la campagna elettorale del 2008, nella quale, pur in un quadro di graduale ottimismo, si leggevano inquietudini profonde, divisioni dolorose e ferite non rimarginate, paranoie e cospirazioni latenti a cui dare voce, per esorcizzarle senza rimuoverle, per non dimenticare. E non per nulla la selezione dei pezzi, pur citando gran parte dei passati maestri del genere, non si sofferma su una visione celebrativa da greatest hits ma imbocca una strada funzionale allo sviluppo del concept che abbiamo poco sopra descritto. Così, ad esempio, di Curtis Mayfield viene ripescato uno dei brani meno scontati possibili, la superba "Hard Times", scritta a suo tempo per Baby Huey & The Babysitters, la cui sfortunata voce solista - Baby Huey al secolo James Ramey, morto di overdose a soli 26 anni nel 1970 (eroina vs consciousness: altra sovrapposizione fra passato e presente) - è a buon diritto considerato uno dei precursori dell'hip-hop per la sua abilità nell'alternare rime semi-improvvisate (qui rievocate dal rapper Black Thought) a passaggi cantati. Nell'arrangiamento stringato e incalzante dei Roots e nell'interpretazione rabbiosa di Legend, il pezzo rivive come un magnifico specchio oscuro e infranto di questi "tempi duri".

Un colpo da maestro lo assesta pure "Compared To What", altro pezzo d'autore prestato (da Eugene McDaniels a Les McCann ed Eddie Harris), funky nevrotico, strinato, dilatato, con la ritmica jazzata e il basso quasi krauto (del sempre eccellente Owen Biddle), a cui Legend presta tonalità sofferte e sprezzanti da combat soul. Gli altri gioielli sono la smagliante e innodica "Little Ghetto Boy", tributo al genio compianto e schizoide di Donny Hathaway (morto suicida nel 1979 in circostanze misteriose, fra deliri drogati e presunti complotti), per cui i Roots vergano un bel preludio autografo in spoken word, e la lunga, fluente, cinematica "I Can't Write Left Handed" del sommo Bill Withers, angosciante preghiera blues contro la guerra in Vietnam (contro tutte le guerre, in realtà, comprese quelle che si vorrebbero vinte, archiviate, rimosse) orchestrata fra l'essenzialità ritmica della strumentazione e le sontuose volute call and response del cantato in stile Mississippi.
 

Più disteso e soffuso appare invece l'omaggio a Marvin Gaye, "Wholy Holy", con Legend, in stato di grazia, che non sfigura nel parallelo, come pure le tinte scopertamente nu-soul, periodo Soulquarians, di "Wake Up Everybody" (l'originale: Harold Melvin & The Blue Notes), il reggae un po' sfocato di "Humanity" di Prince Lincoln Thompson, l'atmosfera erotica e lounge di "Hang On In There", bel brano di un artigiano minore dei Seventies (Mike James Kirkland), mentre decisamente pleonastico, per quanto gradevole, appare l'unico inedito firmato dallo stesso Legend: l'accorata e vellutata "Shine". Un lavoro raffinato e certosino, in conclusione, quello che potrebbe essere l'ultimo dei Roots (ma speriamo proprio di no) e la definitiva consacrazione di Legend, vocalist di ottime qualità e temperamento ma penalizzato da un repertorio non sempre all'altezza, spesso più noto per i suoi featuring che per i suoi album. Un bel risveglio soul, non c'è che dire.


 

(06/02/2011)

  • Tracklist
  1. Hard Times
  2. Compared To What
  3. Wake Up Everybody
  4. Our Generation
  5. Little Ghetto Boy (Prelude)
  6. Little Ghetto Boy
  7. Hang On In There
  8. Humanity (Love The Way It Should Be)
  9. Wholy Holy
  10. I Can't Write Left Handed
  11. I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free
  12. Shine
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