L'
avant hip-hop ha sette vite. Ha valicato egregiamente il primo decennio dalla sua comparsa (o meglio codificazione) e veleggia verso il secondo espandendosi in molteplici direzioni. Tante quante sono i suoi artisti più rappresentativi. C'è chi ne lamenta la diaspora, l'irreversibile annacquamento delle caratteristiche originarie. Ma la realtà è diversa, più irriducibile, informale, sfaccettata. Innanzitutto perché è sempre un stato un “non-genere”, accomunato, al massimo, da minimali tratti salienti (il fatto di essere musicisti per lo più bianchi, d'estrazione universitaria o intellettuale, di filtrare suggestioni soniche desuete rispetto al rap tradizionale attraverso una cadenza ritmica a esso riconducibile, ad esempio). E in secondo luogo perché ha ormai assorbito e contaminato tutti i linguaggi da cui è stato lambito, incrociato, cambiandone radicalmente la percezione e diventandone parte integrante. Si può pensare dunque che non esista più una scena
avant-hop poiché di fatto è disseminata un po' ovunque. Un pulviscolo ben mimetizzato in larga parte della
vulgata alternativa.
È stato il disco nuovo di Sage Francis a indurci in tentazione con questo preambolo, visto che lui è comunque uno della prima ora, battezzato nella seconda covata di artisti della
Anticon, per la precisione (il suo esordio “Personal Journals” - concepito sotto l'egida dei vari
Alias,
Odd Nosdam,
Jel e Sixtoo - data 2002). Nativo di Providence, Rhode Island - la città di Lovecraft e Cormac McCarthy - già Slam Poet di livello nazionale e poi
performer del rap che ha progressivamente spinto le coordinate del nuovo hip-hop nel cuore del circuito rock alternativo: fra alt-country, punk, indie-rock. Sempre più lontano dallo stile
abstract della casa madre, tanto da firmare, già per il secondo disco, con la Epitaph, la
label dei
Bad Religion e dell'
hardcore-punk californiano, etichetta per cui incide tutt'ora.
La sua nuova fatica “Li(f)e” amplifica e cristallizza questa tendenza. Per supportare il suo rimario libero e torrenziale lungo i dodici solchi dell'album, infatti, Francis ha riunito una piccola
all-star del
songwriting alternativo: da Tim Rutili dei
Califone, il più presente, al povero
Mark Linkous, presente in un brano soltanto, passando per Chris Walla dei
Death Cab For Cutie,
Jason Lytle dei
Grandaddy e,
dulcis in fundo, il sommo
Yann Tiersen.
Tanti prestigiosi fattori che danno luogo a un risultato necessariamente composito, di fattura più che discreta, incardinato attorno a un alt-rock molto ritmato, scabro, chitarristico, che in più d'un episodio trascolora nel
roots. Così se qualche movenza
indie-tronica sopravvive in “Diamond And Pearls”, ma soprattutto nell'ottima “16 Years” (strie corali e pregevoli inserti di accordion), “Three Sheets To The Wind” e “London Bridge” (entrambe di Walla) imboccano con decisione la strada del punk-rock dei
suburbs (con lo
storytelling accelerato di Sage a tenere il tempo), “Polterzeitgeist” mette in luce estese scalfiture
noise, “Little Houdini” e “Worry Not” dimostrano come il
talkin' country/blues possa essere, a buon diritto, annoverato fra gli antenati del
rapping (il
Dylan di “Subterrean Homesick Blues” insegna).
A conti fatti, però, i pezzi migliori, quelli da tenersi comunque stretti al di là dei generi, sono quelli dotati di maggiore respiro cinematico: il
southern-noir sporco e afoso di “Slow Man”, scritto e diretto con la consueta classe dai “Signori
Calexico” Burns e Convertino, e il minimalismo sericamente regressivo e “proustiano” di Yann Tiersen per “The Best Of Times”, l'ideale per dare la stura al delicato
flow of counsciousness di Francis, che ci parla dei suoi ricordi d'infanzia e delle spine del crescere.
E la vi(t)a dell'hip-hop continua, anche se, in questo caso, sotto spoglie ben mentite.