“Soft as snow, but warm inside”. Così cantavano, in uno dei loro pezzi più celebri, i My Bloody Valentine, e queste parole sono perfettamente applicabili alla loro proposta musicale, come tutti sappiamo bene. Lo stesso può dirsi per il nuovo lavoro dei Belong, duo di New Orleans che torna a pubblicare un album a cinque anni dal proprio debutto “October Language”. Il disco contiene molte delle caratteristiche del gruppo di Kevin Shields: suono tanto soffice quanto dilatato e lievemente distorto, voce che si lascia volutamente sopraffare dall’impianto strumentale, facendosi sentire solo in secondo piano, songwriting più attento alla definizione dell’atmosfera data dal suono piuttosto che non alla ricerca di melodie che stiano in piedi da sole. Soprattutto – è bene dirlo subito – il suo ascolto dà la stessa sensazione evocata dall’incipit sopra citato di quel nucleo di calore nascosto da una coltre morbida ma anche all’apparenza ostile e che può essere dapprima scovato e poi apprezzato semplicemente con una buona navigazione tra i meandri di ciò che lo attornia.
“Common Era”, però, non è una fotocopia dello stile dei più illustri predecessori. Intanto perché, lo stile dei My Bloody Valentine era comunque caratterizzato da un’impronta rock, mentre qui non manca mai la presenza di elementi digitali piuttosto marcati; poi perché il suono è meno impastato e più snello, per quanto possa esserlo nel momento in cui vi sono presenti determinate caratteristiche, e inoltre presenta uno scarsissimo dinamismo sia negli arrangiamenti che nella ritmica, con le canzoni che si attestano su un andamento molto uniforme; infine perché la mancanza di definizione delle melodie qui è maggiormente accentuata e in questo specifico aspetto vengono in mente più gli Slowdive.
La citata uniformità nell’andamento dei brani è senz’altro un ostacolo alla fruibilità dell’opera, però basta un ascolto più attento per trovare motivi di interesse in grado di rendere il disco stimolante. Intanto perché “uniforme” non significa “monocorde”, e se anche il confine tra questi due aggettivi è sottile, i Belong riescono a mantenersi dalle parti del primo, senza mai sfociare nel secondo; poi perché tra un brano e l’altro ci sono differenze sia nella robustezza del suono che nel ruolo della sezione ritmica, grazie alle quali ogni brano ha, se non una propria identità, almeno qualcosa in grado di differenziarlo dagli altri; infine perché in proposte come questa hanno sempre un certo peso la sensibilità e la conseguente capacità di concretizzare le proprie idee e la propria visione artistica, in modo non solo meccanico ma anche emozionale; e questi sono pregi che ai Belong non mancano senz’altro.
“Common Era” è, se vogliamo, un lavoro estremista, che non fa venir voglia di essere ascoltato molte volte e che difficilmente troverà estimatori all’infuori dei fanatici dello shoegaze. Però è anche giusto, in un’epoca in cui si cerca sempre di più di proporre mescolanze di vari generi, che qualcuno non abbia paura di mostrare un’estetica rigida e intransigente, soprattutto se riesce a farlo bene come questi due musicisti.
06/04/2011