DUCKTAILS - Ducktails III: Arcade Dynamics

2011 (Woodsist)
lo-fi psych-pop

Cassette

e nastri magnetici, l’attualità della folle e multiforme produzione musicale; suburbs del New Jersey, giardinetti e

verande; musica d’innovazione che è anche musica di sottofondo; sogni

d’infanzia e incubi di mezz’età, nostalgia e futurismo. Questo è il mondo di

Matthew Mondamile, che è un po’ freak

ma anche cool, e che, oltre al progetto

Ducktails, cura anche, fra gli altri, quello dei Real Estate.

È un mondo contraddittorio, forse incomprensibile, quell’isola di giungla

urbana dalla quale la Woodsist propone, a intervalli regolari, le proprie

registrazioni di eremiti (Mondamile è, fra l’altro, vicino di casa e amico

d’infanzia di Julian Lynch), ormai un po’ pericolosamente rassomiglianti l’una

all’altra. Questi eremiti sono meno isolati di quello che si pensa,

naturalmente, il termine hypnagogic pop

li stuzzica, li appaga probabilmente riunirsi sotto l’arco benevolo di questo

termine così postmoderno, che è popolare, ma è anche accademico.

“Vado pazzo per la musica che suona come se fosse sempre in sottofondo tutto il

tempo, come se fosse ambient, weird-drone.

Quella musica sarà sempre lì. Ecco perchè la cosa della canzone non mi

interessa davvero”. Sapete a cosa andate incontro, ma aspettate, prima di

abbandonare ogni speranza: la frase pare, nel sentire questo “Arcade Dynamics”

– o “Ducktails Terzo” – una riedizione della vecchia favola della volpe e

l’uva. Non è tutto patina arty, non è

tutto un gioco a nascondersi di specchi e reminiscenze (come nella maggior

parte delle diverse tracce strumentali, “Arcade Shift” per dirne una): i Beach

Boys – che Mondanile vorrebbe reinterpretare, a sentire lui, in chiave new-age,

con in mente una fantomatica terapia dronica – ci sono, le canzoni anche.

Non saranno magari le intuizioni melodiche del secolo: qualche giro in maggiore

piacevole (“Don’t Make Plans”, la bella “In The Swing”, con quel suo groove paludoso da Fleetwood Mac ubriachi), una giostra sgangherata con

una sola idea, compositiva e d’arrangiamento, proposta per tutto il disco, che

non ha niente di nuovo se la si paragona a quanto già visto l’anno scorso,

soprattutto mutuando molte idee da

At Echo Lake” dei Woods.

“Come reinterpretare i Velvet Underground ricoprendoli di slime” sembra essere il canovaccio di “Hamilton Road” (o era

Dylan?)… Carina eh, ma è tutto così: un lungo, sciatto scazzo diretto verso

sistemi stellari di plastica e cartone, rigorosamente riciclabili.

04/02/2011

Tracklist

  1. 1. In The Swing
  2. 2. Hamilton Road
  3. 3. Sprinter
  4. 4. The Razor's Edge
  5. 5. Sunset Liner (For E. Young)
  6. 6. Little Window
  7. 7. Killin The Vibe
  8. 8. Arcade Shift
  9. 9. Don't Make Plans
  10. 10. Art Vandelay
  11. 11. Porch Projector

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