Corsi e ricorsi storici: dopo il grido di ribellione pura della new wave e il bagno di umiltà del lo-fi e dell'indie-rock, molti contemporanei hanno alzato i toni delle loro proposte rielaborando vecchie cerimonie sonore con nuova pelle e spesso senza sangue. Nick Thorburn degli Islands e Joe Plummer dei Modest Mouse, con il sostegno di Ryan Kattner dei Man Man, intraprendono un viaggio stilistico dai toni esuberanti.
Il doo-woop anni 50, mescolato a pulsioni indie-pop, reggae, lo-fi, mainstream-blues e scampoli di grunge plasmato da testi simil-dark, crea un nuovo linguaggio stilistico definito dal gruppo Doom-wop.
Squillano le trombe, trillano i comunicati stampa, mentre i fasulli sostenitori del new-pop elogiano la Sub Pop per il nuovo colpo di genio creativo.
L'idea è affascinante, il corpo artistico pregnante e alcune soluzioni sembrano innovative, ma è solo una festa di fuochi pirotecnici che utilizza colori alterati e lontani dalla verve originale degli stili evocati.
Il vero problema dei Mister Heavenly è l'approccio alla materia, il punto di vista diventa il rock, non il folk-pop che era alle origini delle stupende soluzioni armoniche anni 50 e 60, a differenza degli Erland And The Carnival il gruppo americano edifica riff continui su corpi solidi che mascherano le armonie, spesso latitanti, con ombre e luci che si alternano senza logica.
Il trio iniziale "Bronx Sniper","I'm A Hologram", "Charlyne" è esemplare: le finzioni stilistiche diventano la giustificazione culturale di brani che non perdoneremmo nemmeno a cult-band del mainstream anni 70 e il crollo d'ispirazione di "Mister Heavenly" è sfiancante, Aor mascherato da stimoli grunge per un brano abilmente arrogante.
Dopo l'irritante "Harm You" il derivativo reggae-wave di "Reggae Pie" sembra una boccata d'aria fresca, ma è solo un fluido temporaneo che però anticipa alcune delle più riuscite combine stilistiche.
La spensierata "Diddy Eyes", la corale "Hold My Hand" e la simbolica "Doom Wop" sono più vicine alla progettualità dei Mister Heavenly, ma la continua presenza di ombre non riesce a dare sostanza a un album destinato solo a corrompere la deontologia del pop del nuovo millennio.
25/11/2011