Pochi mesi fa avevamo lasciato i Pontiak con "Living", che, si era detto, aveva tutte le carte in regola per diventare il loro disco definitivo. Invece i fratelli Carney hanno rimescolato il mazzo per presentare un disco breve (meno di mezz'ora di durata), misurato, ma sorprendente se paragonato alle loro precedenti opere. La band ha scritto "Comecrudos" accampata nel cratere di un vecchio vulcano lungo la Route 385, sulle sponde del Rio Grande, e il disco, stampato in sole 1000 copie come già era avvenuto per "Sea Voids", viene immaginato come la colonna sonora di un viaggio in automobile tra le polverose strade che separano l'Arizona e il Texas.
Messi da parte distorsori e overdrive, i Pontiak distanziano le passate sonorità heavy intonando una marcia funerea annunciata da una tromba ripetitiva e da un lungo bordone preparatorio ("Part I"). All'arpeggio folk di "Part II", supportato da un basso profondo e da un organetto celestiale, segue una ballata desertica ("Part III") che cresce adagio sullo stesso ritmo marziale grazie a fiati e a trame psichedeliche di chitarra, creando un anello di congiunzione con lo stoner-rock che la band ha ampiamente dimostrato di padroneggiare in passato.
Chiude il disco "Part IV", trascinata da una batteria spazzolata e da un organo sulle cui note gli accordi ultrariverberati di chitarra creano volute mistiche che aggiornano il rock visionario del "Live At Pompei" dei Pink Floyd.
"Comecrudos" è suggestivo e rispetta la psichedelia anni 70 senza essere troppo derivativo; è un peccato che duri così poco.
18/09/2011
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